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24 luglio 538 – Belisario libera Rimini dall’assedio dei Goti

Dal 535 al 553 l’Italia è devastata dalla Guerra Gotica. La maggior parte delle distruzioni e delle sofferenze che di solito sono genericamente attribuite alle “invasioni barbariche” avvennero durante questo interminabile conflitto.

A rigore, gli invasori (o “liberatori”: come sempre in questi casi, dipende dal punto di vista) non erano i “barbari” Ostrogoti, ma i “Romani”, cioè i “bizantini” di Giustiniano, incoronato nel 527 a Costantinopoli e deciso a restaurare l’impero. Aveva già sistemato le cose con i Persiani e ripreso l’Africa ai Vandali; ora toccava all’Italia. Qui si era però instaurato il regno del goto Teodorico, in difficile equilibrio fra sostanziale autonomia e formale obbedienza all’impero. E soprattutto fra il dominio dei nuovi venuti e la popolazione “romana”.

Moneta di Teodato

Moneta di Teodato

Alla morte di Teodorico (526) l’equilibrio si ruppe. Il trono fu ereditato dal nipote Atalarico sotto la reggenza della madre Amalasunta. Perito anche Atalarico in tenera età, Amalasunta fu costretta a condividere il trono con il cugino Teodato. Questi, con qualche ragione, temeva che Amalasunta avrebbe ceduto l’Italia a Giustiniano, col quale intratteneva ottimi rapporti. Nel 535 Teodato, messosi d’accordo con la frangia anti-romana dei Goti, organizzò un colpo di Stato con cui rovesciò ed esiliò la cugina sull‘isola Martana del Lago di Bolsena; qui Amalasunta venne poi strangolata per ordine di Teodato in quello stesso anno. Era il pretesto che Giustiniano attendeva per dichiarare la guerra ai Goti.

Ritratto idelae di Amalasunta

Ritratto ideale di Amalasunta

L’invasione iniziò dalla Sicilia ma non fu una passeggiata. Il comandante dei “Romani”, il grande Belisario, si ritrovò a un certo punto lui stesso assediato entro mura di Roma, che aveva appena liberato, con 5 mila uomini. All’esterno, i Goti erano 30 mila, ora guidati da Vitige; Teodato era stato eliminato dai suoi stessi sudditi per l’inettitudine dimostrata in guerra. L’assedio fu terribile, soprattutto per la fame che affliggeva sia Goti che “Bizantini”; ma questi ultimi, padroni dei mari, potevano continuare a far giungere provviste dal Tevere. Ciò nonostante la situazione era ogni giorno più critica.

Presunto ritratto di Belisario nel mosaico di San Vitale a Ravenna

Presunto ritratto di Belisario nel mosaico di San Vitale a Ravenna

Belisario pensò allora di creare un diversivo in modo che i Goti levassero l’assedio: ordinò al generale Giovanni, nipote di Vitaliano, di conquistare il Piceno – all’incirca le odierne Marche – provincia che conteneva ancora molte provviste e che era stata sguarnita dai Goti per tentare la presa di Roma. Belisario aveva raccomandato espressamente a Giovanni di conquistare tutte le fortezze che incontrava per la via, in modo da non lasciarsi eserciti ostili alle spalle.

Ma Giovanni fece di testa sua: pensava che se avesse conquistato con una rapida sortita la città di Rimini, a solo un giorno di marcia dalla capitale imperiale (e ora anche ostrogota) Ravenna, Vitige molto probabilmente avrebbe dovuto interrompere l’assedio di Roma. Giovanni marciò così direttamente su Rimini e la espugnò, senza curarsi di sottomettere tutte le fortezze lungo la via. Ebbe ragione lui: Vitige, venuto a conoscenza che Giovanni aveva svuotato il Piceno delle sue risorse e concentrato le sue risorse entro le mura di Rimini, decise di togliere l’assedio a Roma; era durato un anno e nove giorni.

Vitige inviò allora un esercito ad assediare Rimini. Ma nell’estate del 538, sbarcò nel Piceno un nuovo esercito imperiale di 7 mila uomini condotto dall’eunuco Narsete, che si riunì con le forze di Belisario a Fermo. I due andarono subito in attrito: il generalissimo voleva infatti assediare Osimo e poi Ancona; che quell’indisciplinato di Giovanni si arrangiasse a Rimini da solo. Ma Narsete era amicissimo di Giovanni; con la sua eloquenza dimostrò alla stato maggiore che non era affatto conveniente perdere Rimini, già spina nel fianco dei Goti di Ravenna, solo per punire Giovanni.

Narses

Presunto ritratto di Narsete nel mosaico di San Vitale a Ravenna

Giunsero anche lettere dello stesso Giovanni: era assediato ormai da tre mesi e, come trascrisse un testimone oculare (e pressoché l’unico di cui ci è rimasta la testimonianza, cioè Procopio di Cesarea con la sua “Guerra Gotica”), «mancando affatto di viveri non poteva ormai più né resistere al popolo, né propulsare gli assalti dei nemici; suo malgrado avrebbe dovuto arrendersi fra sette giorni». Alla fine Belisario dovette cedere e l’esercito imperiale marciò in direzione di Rimini.

Una parte delle truppe fu imbarcata sulle navi al comando di Ildigero che iniziarono a risalire la costa. Altri contingenti agli ordini di Martino procedevano sulle spiagge, senza mai perdere di vista la flotta. Belisario e Narsete condussero però il grosso dell’esercito per la via dei monti, dirigendosi a Urbisaglia, uno dei “fantasmi di città” di cui era ormai costellata allora l’Italia.

A un giorno di marcia da Rimini, Belisario e Narsete intercettarono un distaccamento di Goti, che venne disfatto. La maggior parte però riuscì a rifugiarsi presso quelli che assediavano la città, dando l’allarme. Si decise allora di spostare l’accampamento «da quel lato di Rimini che guarda a Tramontana – come dice sempre Procopio – inteso che Belisario calava dai monti».

Venne la notte e tutti tenevano gli occhi fissi in quella direzione, «ma videro dall’altra parte verso levante assai fuochi alla distanza di circa sessanta stadj», cioè poco più di 10 chilometri, insomma a Riccione o quel che allora ne esisteva.

Era la colonna di Martino. All’alba del 24 luglio 358 i timori dei Goti si tramutarono in panico: sul mare era comparsa la flotta di Ildigero. Ai Goti non restò che scappare a Ravenna e lo fecero senza neppure attendere il comando, nel massimo disordine. I “Romani” poterono sbarcare indisturbati e impossessarsi di quanto rimasto nel campo nemico, a iniziare dai feriti abbandonati a se stessi. Belisario entrò in città verso mezzogiorno. 

soldatibizantino

Comandanete e ufficiali bizantini nel IV secolo

Rimini era salva, almeno per il momento. A quale prezzo lo racconta ancora Procopio, in un celebre capitolo che descrive la terribile carestia che spopolò tutta l’Italia ma soprattutto il Piceno: qui infatti si erano rifugiate popolazioni rurali di tutto il Paese già ridotte alla fame, sperando nelle risorse del luogo e negli aiuti che potevano arrivare via mare. Invece 50 mila di quei rifugiati morirono di stenti e i superstiti «presero a divorarsi fra loro». Procopio esagera sempre con i numeri, ma la strage deve essere stata comunque impressionante.

Ma lo è ancor più un altro passo di Procopio, altrettanto famoso: «Due donne in una tenuta presso la città di Rimini, rimaste sole nella villa mangiarono diciassette uomini, uccidendoli di notte mano mano che capitavano in casa; le quali furono poi ammazzate dal decimo ottavo».

E se Luigi Tonini riteneva che anche qui il racconto di Procopio “pare esagerato”, i moderni gli riservano invece massima attenzione. Non tanto gli storici, ma gli antropologi: queste storie di cannibalismo, infatti, riaffiorano sempre con gli stessi dettagli e negli stessi luoghi lungo almeno due millenni della nostra storia.

Il primo a farne cenno è il poeta Orazio, ben quattro secoli prima di Procopio, quando fra tre fattucchiere intente a un orribile rito antropofago (stanno per mangiarsi un bambino) nomina “la riminese Foglia / dalla maschil lussuria”. Dopo la Guerra Gotica, si arriva a quelle di Indipendenza; sono passati 1.400 anni ma ecco di nuovo dei malcapitati uccisi e mangiati, sempre da donne; questa volta sarebbero stati soldati austriaci e il fatto sarebbe accaduto dalle parti di San Giovanni in Marignano. E a Spontricciolo, presso Riccione, si sarebbe ripetuto un episodio analogo durante la Seconda Guerra mondiale, nel 1944; questa volta la vittima sarebbe stata un militare tedesco, finito in un forno per il pane, come i suoi commilitoni del secolo precedente.

(Nell’immagine di apertura, Belisario assiso sul seggio)

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