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Arriverà il “mignottificio misanese” ?

Da oggi la rubrica si occuperà delle più eclatanti stravaganze elettorali presenti nei Comuni che andranno al voto a maggio. Oggi cominciamo da Misano.

Logica vorrebbe che in politica succedesse un po’ come per il football: quasi tutti sono in grado di dare due calci al pallone, ma fra questo e ambire a giocare non dico in Nazionale, ma anche solo in serie D, ce ne passa.

Oggi troviamo invece un sacco di stravaganti individui diventati “qualcuno in politica” solo per aver orecchiato qualcosa che con la politica abbia vagamente a che fare. Meglio ancora se qualcosa di mistificatorio (“destra e sinistra non esistono più”; “i politici sono tutti uguali”) o addirittura di denigratorio (“la politica è una cosa sporca”; “è tutto un magna-magna”).

Costoro trovano lavoro preferibilmente nell’azienda-partito di cui è proprietario Casaleggio, che ne ricava utili grazie alle tangenti mensili richieste ai suoi dipendenti che siedono in Parlamento, oltre che dalle “cliccate” di tanti fresconi.

Ma dalle nostre parti c’è un tipo che, pur partendo da presupposti grilleschi, non ha avuto bisogno di transitare dalla “piattaforma Robespierre” per immettersi sul mercato della politica. Si tratta di Claudio Cecchetto, autopromossosi candidato sindaco di Misano dopo aver inutilmente sperato di poterlo fare a Riccione; dove però, come suol dirsi, “gli han dato strada da correre”. Egli ha così ripiegato sul più modesto ruolo di aspirante salvatore della piccola patria misanese, convinto che dopo decenni di sindaci inclini più “al fare” che “all’apparire”, questa senta oggi il bisogno di darsi come primo cittadino un ridanciano frou-frou milanese.

Per cui sono mesi che non si risparmia nel procacciarsi un’infinità di “marchette” radiotelevisive, col risultato che i suoi comici tentativi di parlare da “sindaco in pectore” lo fanno assomigliare ad un chirurgo che, incamminandosi verso la sala operatoria, non abbia ancora ben capito da quale parte debba incidere per operare il paziente al fegato.

Fra tante facezie e banalità, su di un punto Cecchetto ha però le idee chiare riguardo al programma amministrativo da sottoporre agli elettori: salvaguardare il diritto sociale alla prostituzione, da lui così ben enunciato in un’intervista alla Zanzara, che la dice lunga sulla sua tempra etico-culturale.

Rispetto ai “pii buzzurri sovranisti” – Salvini e il ministro Fontana in testa – che a giorni insceneranno a Verona il Congresso Mondiale delle Famiglie per spiegarci che la famiglia si difende e si onora anche riaprendo i casini, Cecchetto si accontenterebbe di regalare qualcosa di meno alla “sua” Misano: «Sì ai parchi dell’amore, farei separè tra una macchina e l’altra. Non è giusto multare i clienti delle prostitute, ci si va per mille motivi… Nessuno obbliga le donne a farlo… Preservativi gratis ai minori di 26 anni, basta che non incida troppo sulle casse dell’amministrazione».

Quasi tutti i suoi blasonati intenvistatori gli hanno fornito l’assist di chiedere cosa mai l’avesse spinto a candidarsi; e lui ha naturalmente risposto spandendo quintali di amore, da Misano mare fino a Misano Monte, Scacciano e Villaggio Argentina.

Io sono però convinto che le cose siano in realtà andate diversamente. Vale a dire che Cecchetto debba aver legittimamente pensato: “Alla Casa Bianca ci hanno messo un pericoloso idiota. A capo del Governo Conte è arrivato dalla curva sud di San Siro un ultras rozzone che cantava «Senti che puzza / scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani». Casaleggio fa capeggiare i 5 Stelle da un comico – non Grillo, Di Maio – convinto che Santiago sia la capitale della Bolivia, che Matera stia in Puglia e di poter fare i salamelecchi ad un capocosca di quelle squadracce di osceni delinquenti francesi chiamati gilet gialli. Se tutto questo è vero ed è oramai considerato normale, perché allora qualcuno dovrebbe fare le bucce a me, se mi candido a sindaco di Misano? Sono forse il più pataca?”

Post Scriptum: Che avesse ragione Gaber?

Un settimanale di futili frivolezze dedica una lunga intervista a Briatore, tutta giocata su questo titolo: «Non manderò mio figlio all’università». Di seguito un piccolo campione delle tante perle che ci regala il grande “maitre a penser”.
«Non ne vedo la ragione: lo formerò io… Dovrà dimostrare a me quello che saprà fare, non agli altri». Ma il suo ammonimento non è solo per Nathan Falco, vale per tutti i ragazzi, a cui dà un consiglio: «Se avete una vera vocazione, all’università è meglio che non ci andiate». Ha poi da ridire anche sui professori universitari, che «se conoscessero i segreti dell’economia diventerebbero imprenditori ricchissimi, invece di campare con lo stipendio di professore».

Nella premessa, l’autore ci tiene a ricordare che l’intervistato «è un uomo che si è fatto da sè». Per uno di quegli strani scherzi della memoria, la cosa mi fa venire in mente il finale di «L’odore», una canzone del grande Giorgio Gaber:
«Io che conosco tanta gente
son venuto su dal niente.
C’ho una bella posizione
non è giusto che la perda
Mi son fatto tutto da me…
Mi son fatto tutto di merda!»

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