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Brava Raffaella a Bologna, ora speriamo che a Roma una “manina” pensi ai nidi

Nella settimana delle «manine», ne è stata avvistata una anche nella politica regionale. Una manina davvero minuscola, ma graziosa, tenera e soprattutto pulita, decisamente non in grado di truccare decreti: al massimo può afferrare una ciocca di capelli o un sonaglio, perché è la manina di un bebè di quattro mesi: Leonardo, il figlio della nostra concittadina, nonché consigliera regionale pentastellata, Raffaella Sensoli, che qualche giorno fa ha partecipato a una seduta a Bologna equipaggiata con marsupio e passeggino.

La presidente dell’assemblea, che aveva chiesto un parere in proposito alle commissioni senza ricevere risposta, ha accordato il permesso a Sensoli di portare il piccolo in aula, sotto la sua responsabilità. Non è il primo caso in assoluto, ma in Regione si tratta di una novità, e anche di una delusione: ci si sarebbe aspettati che il parlamentino dell’Emilia Romagna, la Scandinavia d’Italia, fosse già attrezzato con un nido interno, o almeno che la presenza di una consigliera neo-madre non fosse un evento così inusitato da lasciare senza parole le commissioni.

Va riconosciuto a Sensoli non solo di aver messo in luce questo limite e, al tempo stesso, di averlo tranquillamente e giustamente valicato con il suo passeggino. La maternità non dev’essere un limite per la realizzazione delle donne, nella professione e in politica. Per tutte le donne del mondo l’età riproduttiva coincide con quella produttiva, quindi bisognerà pure trovare un modo per conciliare le due cose anche in Italia.

Per ora la conciliazione è solo al negativo: il nostro Paese ha uno dei tassi più bassi di occupazione femminile dell’Occidente e, contemporaneamente, è il fanalino di coda delle nascite non solo in Europa, ma nel mondo. Dal vecchio aut-aut «o i figli o il lavoro» siamo passati a «né i figli né il lavoro», e sembra che nel nuovo governo, alla cui guida c’è anche il partito di Sensoli, ci siano più manine pronte a infilare nei decreti condoni tombali e scudi fiscali a favore degli evasori, piuttosto che misure a favore di nuovi asili e servizi a sostegno delle madri lavoratrici.

In compenso nella maggioranza ci sono personaggi che vogliono «obbligare le donne a partorire», come se bastasse disincentivare l’aborto per riempire le culle (nell’Italia pre-194 a riempirsi erano solo le tasche dei “cucchiai d’oro”, gli orfanotrofi e purtroppo – ma questo succede ancora oggi – i depositi della spazzatura).

E così alle italiane che non vogliono o non possono fare solo le mamme, non resta che imitare le contadine peruviane o keniote, che si appendono l’ultimo nato sulla schiena o sul petto, e lavorano duramente ore e ore al giorno fermandosi solo per allattare e per cambiare il pupo. Che almeno cresce all’aria aperta e non nel chiuso malsano di un’aula parlamentare.

Lia Celi www.liaceli.it

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