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Cancellare Dostojevskij, come volentieri farebbe Putin

Non si è salvato nemmeno Yuri Gagarin. Dopo Dostojevskij e Ciaikovskij, la russofobia retrospettiva colpisce il primo uomo che viaggiò nello spazio: la Space Foundation, organizzazione americana no-profit nata nel 1983, ha cancellato il suo nome da una serata a lui dedicata, la “Yuri’s Night”, “alla luce degli eventi in corso”.

Non c’è bisogno di ricordare che Gagarin, oltre che il primo, fu forse l’uomo più simpatico mai uscito dall’atmosfera terrestre, sia per la sua storia (figlio di contadini, cresciuto tra le sofferenze della guerra, fece l’operaio e il marinaio prima di scalare il cielo), sia per la sua umanità (“Guardando la Terra da così lontano capisci che è troppo piccola per le guerre, può esserci solo cooperazione”), sia per la sua tragica fine (morì in un incidente aereo a soli 34 anni). Vista l’assurdità di questa censura, sorge il sospetto che gli americani aspettassero dal 12 aprile del 1961 l’occasione per fare un dispetto postumo al russo che osò precederli nella corsa allo spazio e abbiano approfittato dell’invasione dell’Ucraina voluta da Putin – evidentemente la repressione in Cecenia e la guerra in Siria non avevano scosso abbastanza l’opinione pubblica Usa.

Non fa piacere rendersi conto che anche l’ottusità, come il Covid è un virus pandemico, con le sue varianti. Dal 24 marzo molti concerti, opere e balletti che prevedevano la presenza di artisti russi, filo-putiniani o no, sono stati cancellati ovunque, da New York a Londra, da Milano a Roma; gli atleti russi sono stati buttati fuori da tutte le competizioni sportive; la Russia non concorrerà all’Eurovision – e questi provvedimenti, nella loro ingiustizia, hanno un qualche atomo di senso, perché artisti e atleti, anche se incolpevoli, vivono nella Russia contemporanea e, volenti o nolenti, rappresentano la faccia “buona” di un regime che sta bombardando asili e ospedali.

Più ridicola la decisione dei barman americani di ribattezzare Kyiv Mule il Moscow Mule, un ritocco che fa il paio con le “Freedom Fries”, ex French Fries, del 2003, quando la Francia si oppose alla guerra contro l’Iraq. Ma l’ottusità pandemica ha una variante molto più pericolosa, che si manifesta con la cancellazione o il rifiuto di tutto ciò che è russo, che sia un cosmonauta morto quando Putin aveva 16 anni o l’autore dei Fratelli Karamazov – di recente una serie di lezioni a lui dedicata è stata annullata dalla rettrice dell’Università Milano Bicocca, per evitare “polemiche”.

L’ateneo ha poi corretto il tiro (si fa per dire): okay alle lezioni, purché venissero citati anche scrittori ucraini, per par condicio. Probabilmente gli stessi ucraini, se non avessero problemi molto più urgenti, si offenderebbero nel vedersi associati a una simile fesseria travestita da solidarietà. Quel che vorrebbero è una no-fly zone sul loro cielo, non una no-brain zone in un’università milanese. Probabilmente si legge più Dostojevskij nei rifugi di Kyiv che nei nostri benintenzionati salotti. E a Putin non piacerebbe di sicuro uno che scriveva “vi sono uomini che non si sono mai macchiati le mani di sangue eppure sono infinitamente più cattivi di chi ha assassinato sei persone”.

Se fosse ancora vivo Dostojevskij, una dose di polonio non gliela toglierebbe nessuno. In compenso gli astronauti russi che oggi hanno fatto il loro ingresso nella Stazione Spaziale Internazionale, sfoggiavano una tuta gialla e blu. «Sono i colori dell’Ucraina? Non ci avevamo fatto caso,» ha spiegato uno di loro. Ma pochi ci hanno creduto.

Lia Celi

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