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Capicchioni, quei liutai di San Marino che hanno conquistato il mondo

Massimo Rastelli: “Il genio Capicchioni. Grande maestro e meraviglioso artista” – AIEP.

Quest’opera prima del sammarinese Massimo Rastelli, classe 1958, è un atto d’amore verso la musica oltre che un omaggio verso questa famiglia straordinaria di liutai e musicisti che da un secolo calcano le scene musicali italiane ed europee, i Capicchioni del piccolo borgo di Santa Mustiola a San Marino.

Ricorda nell’introduzione Laura Rossi: “Il sangue non è acqua, si usa dire, e la musica è nel sangue così dei figli di Marino. Il maggiore Mario sarà liutaio a fianco del padre, e Luciano, il secondogenito, violinista nell’Orchestra di Santa Cecilia di Roma. Dei figli che ‘Stoppa’ [Aldo Capicchioni] avrà dal matrimonio con Olga, figlia di ‘Garibaldi’ [Michele Casadei], Ezio sarà musicista a livello amatoriale e Italo, erede della passione paterna, porterà il suo clarinetto e il suo virtuosismo sul palcoscenico di prestigiosi teatri, fino ad esibirsi in mondovisione dal Teatro alla Scala di Milano. Parimenti dei numerosi figli di ‘Garibaldi’, emigrato in Svizzera durante il fascismo, sarà soprattutto Alfeo, fisarmonicista, a rappresentare all’estero il ‘genio Capicchioni’, suonando nei teatri parigini anche al fianco di Edith Piaf. E, oggi, a San Marino, sono i figli del clarinettista Italo ad incarnare la tradizione musicale di famiglia: Marco, compositore e direttore d’orchestra, e Aldo, apprezzato violinista”.

L’opera di Rastelli non è un saggio storico, ma un’opera letteraria vera, un romanzo storico che attraverso le vicende dei vari protagonisti Capicchioni racconta un secolo di storia: la musica, San Marino, gli strumenti, i grandi esecutori, il fascismo, la guerra.

Marino (1895-1977) è uno dei liutai più importanti del ‘900. I suoi strumenti vengono suonati nei più prestigiosi teatri del mondo, affascinano i grandi musicisti di strumenti ad arco (violino, viola, violoncello). L’etichetta posta all’interno degli strumenti diceva “Marinus Capicchionis”. Sin da giovane il figlio Mario (1926- ) aveva affiancato nella lavorazione degli strumenti il padre Marino. Dal 1970 l’etichetta degli strumenti da loro prodotti dirà: “Marinus Capicchionis et filius”. La produzione di questi maestri liutai, nel loro laboratorio di Rimini dove la famiglia si era trasferita nel 1930, conta un migliaio di strumenti.

Nel 1966 il russo David Fedorovic Ojstrach (1908-1974), uno dei più grandi violinisti contemporanei, si ferma a Rimini per incontrare Marino Capicchioni, che lui considera “il più grande liutaio del Novecento” e visitare il suo laboratorio. “Il grande maestro Ojstrach è nella nostra bottega. Ma è lui ad inchinarsi di fronte a me e sono io a riverirlo e poi ancora lui. Sino a quando la magia si scioglie, ci entra dentro. Io e mio figlio lo guardiamo muoversi tra il banco di lavoro e gli attrezzi. Ed è lui ad essere emozionato, ci guarda come una scoperta indimenticabile. Poi suona come tra queste mura non si è mai sentito suonare. Ascoltiamo musica di un altro mondo e gesti che sono già senso, anche se sono solo sguardi e movimenti delle labbra e degli occhi. E il grande violinista è semplice, immediato”.

Nel 1975, al Teatro della Sidney Opera House, è in tournée l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Dell’organico fa parte il violinista Luciano Capicchioni (1933- ), figlio di Marino. Mentre provano la Nona Sinfonia di Beethoven, Luciano conta nella formazione dell’Orchestra, fra violini, viole e violoncelli, ben ventidue strumenti Capicchioni. Luciano “si era preso la briga di contarli. Una cosa inaudita”.

Rastelli prova a descrivere la gioia del liutaio nel realizzare uno strumento che sarà “perfetto”: “Il suono degli strumenti ad arco è un lamento di gioia. E’ lui l’artefice di tutta quella musica repressa, l’ha infilata a forza nel piano armonico, nella piega delle fasce per farla poi rimbalzare sul fondo dello strumento, con gesti precisi della sgorbia, con l’uso esatto del morsetto, nell’asciugarsi lento della colla, delle vernici che impiegano giorni ad essere assorbite dalle fibre sino ad esserne sazie. I suoi strumenti hanno la forma sinuosa di quelle donne che portano abiti lunghi, aderenti sui fianchi e capelli che scendono ad incorniciare il viso e le labbra. I violini, le viole sono donne sensuali, hanno forme e corpi di natura femminile. Il violoncello sta in piedi, ha una sorta di pudore al contatto di guancia, si mantiene a una distanza austera dal corpo, in un abbraccio di stile paterno con il musicista”.

Belle le pagine in cui viene raccontato il bombardamento aereo alleato su San Marino il 26 giugno 1944.
Poi nelle pagine di Rastelli protagonista diventa Michele Casadei, “Garibaldi”, (1893-1950), capostipite di una generazione di fisarmonicisti che a partire dai primi decenni del Novecento esportò l’arte della musica oltre i confini di San Marino. Anche i figli Ferrante (1914-1971), Alfeo (1916-1947) e Otello (1920-2014) furono importanti musicisti e compositori. Alfeo fu l’esponente più in rilievo, vincitore di campionati del mondo di fisarmonica e a fianco, sul palco dei teatri parigini nell’immediato dopoguerra, di Edith Piaf (1915-1963). Otello e Ferrante si esibivano invece al Moulin Rouge e nei night club.

La figlia Olga (1912-2007) sposò Aldo Capicchioni, “Stoppa” (1906-1969), da cui nacque nel 1940 Italo, grande clarinettista di fama internazionale, primo clarinettista al Teatro la Scala di Milano.

Di rientro dalla Francia nel 1949 a Santa Mustiola è festa. “Stoppa suona valzer viennesi, polche, mazurke. Nel mezzo della serata aggiunge anche musica sapiente: i valzer dalla Gazza Ladra e dalla Traviata. Al termine di ogni pezzo si ferma, accenna un inchino alle persone che applaudono alla sua esibizione, riempie il bicchiere di vino. Ha le maniche della camicia arrotolate e un paio di scarpe tirate a lucido (…). Tutti pensano che la musica sia finita. Non uscirà più niente da quel clarinetto, il suonatore si appoggia al bancone, la musica si è esaurita. Stoppa inumidisce l’ancia con le labbra, allenta la fascetta sul bocchino, non vede neanche più lo strumento, lo riconosce al tatto come un cieco. Rimane con lo strumento tra le labbra, fa andare le dita in alcuni passaggi veloci, sposta l’appoggio da un piede all’altro”.

“Le prime sono note sono stridule, le dita non sono precise. Poi un leggero movimento circolare dello strumento fa tornare il suono. Pesca ispirazione da ricordi lontani, sorprende le persone sulla pista da ballo. E’ di nuovo melodia intensa, inaspettata. La guerra è finita, è finita davvero, è solo un ricordo lontano. Tutta l’aria passa attraverso il clarinetto, tutta la sala da ballo respira attraverso quell’uomo indifeso e debole, ma non c’è musica più potente di quella. Le note trascinano le persone sulla pista da ballo”.

18 novembre 2019: Francesco Stefanelli, classe 1999, con il violoncello Capicchioni 1973

Al termine della presentazione del libro nella sala della Biblioteca di Stato di San Marino, gremita all’inverosimile, il 18 novembre sono risuonate le note del violoncello Capicchioni 1973 (di proprietà della Biblioteca, così come un suo violino) suonato dal giovane musicista sammarinese Francesco Stefanelli, classe 1999, che suona nell’orchestra giovanile Cherubini diretta da Riccardo Muti.

Paolo Zaghini

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