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C’era una volta il Portolotto, quando un quarto di Rimini parlava veneto

Nel rione di Rimini che dava sul porto, Borgo Marina, che era di gran lunga il più popoloso dei quattro, i marinai parlavano da sempre un dialetto chiamato “Purtlòt” (Portolotto), che era un linguaggio veneto, quasi incomprensibile per la gente romagnola di terra.

Era invece capito benissimo in tutti i porti dell’Adriatico e su entrambe le sponde, perché si trattava della “lingua franca” della marineria in quello che venne detto per secoli il “Golfo di Venezia”. Nel Portolotto, come nelle altre lingue franche dei marinai, la parlata dominante (in questo caso il veneziano, con il suoi affini come il giuliano, l’istriano, il dalmata) pescava parole in ogni approdo, creando un proprio gergo: qua e là vi affioravano termini greci, arabi, turchi, slavi, albanesi, ma anche spagnoli ed ebraici.

*Il Golfo di Venezia” in una carta francese del 1730

A loro volta, i dialetti locali se ne servirono e se ne servono abbondantemente quando si tratta di cose di mare. Per esempio, tutti i nomi dei pesci e i termini marinareschi del dialetti romagnoli, riminese compreso, vengono direttamente dal Portolotto: per questo in Adriatico, per esempio, non si dice cozze ma “pidocchi” (bdocc, peòci in veneziano) non vongole ma “poveracce” (purazi, bevarasse in laguna); non gabbiani ma “cocali” (cuchèl, cocàl); e nemmeno spigola, ma branzino (branzèin; branzìn).

Un pescatore riminese ripara le reti

Una lingua estinta verso gli anni ’30 del secolo scorso con la fine della navigazione a vela, spazzata via insieme a tutta la millenaria cultura marinara dall’avvento del motore. Il colpo di grazia su Borgo Marina fu la seconda guerra mondiale, che lo rase letteralmente al suolo: la parte di Rimini più colpita dai bombardamenti. Ma la sua gente e la sua lingua erano già avviate a scomparire.

Gran parte della marineria riminese proveniva da Chioggia, da cui a più riprese durante i secoli giunsero ondate di immigrati, ma anche veri e propri profughi, in occasioni di guerre e carestie. Non solo naviganti, ma artigiani che esercitavano tutti i mestieri del porto: velai, mastri d’ascia e così via. Nell’Ottocento tutto il quarto di città che comprendeva il Borgo Marina fu battezzato Rione Clodio, e via Clodia (il nome latino di Chioggia) si chiama ancora quella strada che meriterebbe una storia a parte, avendo ospitato le case di tolleranza fino alla fine della prostituzione legale con la legge Merlin del 1958.

Ma quanto era consistente questa presenza dal sapore veneto? Nel 1864 lo storico riminese Luigi Tonini scriveva che in città c’erano almeno 5 mila persone nel Borgo Marina e nel Borgo San Giuliano che parlavano correntemente la lingua portolotta. Dunque una parte davvero consistente della popolazione, dato che nel 1861 Rimini non raggiungeva i 28 mila abitanti.

Gianni Quondamatteo e Giuseppe Bellosi, scrittori esperti di vernacolo romagnolo, scrivevano che “i marinai riminesi si intendevano meglio con i marinai dell’isola di Veglia e dell’Istria che con i contadini di San Vito a pochi chilometri da Rimini”.

E Purtlòt – esempi dialettali

Purtroppo sono pochi sono gli esempi che ci sono giunti di lingua portolotta, che raramente veniva scritta. Gli unici reperti affiorano in qualche commedia dell’800 in dialetto riminese e in qualche poesia dialettale.

Eccone alcuni:

Da sto momento dago un bon dì al mare per star colla mi fantolina e la mi Sabèta
(Da questo momento do l’addio al mare per restare con la mia bambina e con la mia Elisabetta).

Porta e’ lumèto (Porta la lanterna).

E appaiono nella farsa in rima in dialetto riminese “E Mariner”.
Questa la trama:

Un marinaio “Portolotto” aveva la moglie che era l’amante di un altro marinaio. Quel Portolotto era un uomo semplice e ingenuo e non si era mai accorto di niente.

Una mattina che c’era bonaccia in mare, il marinaio non salpò con la sua barca e tornò a casa. Trovò la porta chiusa ed allora guardò dal buco della serratura. Intanto l’amante era da poco entrato nella camera da letto della moglie. Sulle belle braccia della donna, lui allunga un pizzicotto.

Il Portolotto che aveva visto la scena dal buco della serratura, dice a se stesso: “E j ha ciapàda na pulsa, me tòlero” (le ha preso una pulce, io tollero).

Guarda ancora e vede che il compare dà un bacio alla moglie. Sempre tra se il Portolotto dice “Un baso xè segno de pàse, me tolero” (un bacio è segno di pace, io tollero).

Ma quando il Portolotto vede che il suo compare si tira giù i pantaloni, non ne può più, sfonda la porta e dice:
“Cumpare, aj avè ciapàda na pulsa e mi me tolero”.
(compare, le avete preso una pulce ed io ho tollerato)

“A j avè dà un baso, un baso xè segno de pàse e mi me tolero.“
(Le avete dato un bacio, un bacio è segno di pace ed io ho tollerato)

“Ma se volè cagà, andè de fora!”.
(ma se volete cagare, andate di fuori !)

Gaetano Dini

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