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Quando ogni via aveva la sua e già dalla metà di febbraio si iniziava a raccogliere la legna che avrebbe dovuto ardere nella notte di san Giuseppe

Ogni anno all’appressarsi dell’equinozio di primavera, vivo nell’attesa di un’improbabile ierofanìa e mi trovo, nella notte del 18 marzo a vagolare da borgo a borgo nella speranza di imbattermi in una di quelle colossali “fogheracce” che, nella mia fanciullezza rappresentavano l’appuntamento più importante dell’intero calendario. Già dalla metà di febbraio si iniziava a raccogliere e ad accatastare la legna che avrebbe dovuto ardere nella notte di san Giuseppe. Raggruppati in schiere, noi bambini, effettuavamo pellegrinaggi per giardini abbandonati e disfatti, penetravamo nei muffosi cortili, violavamo le recinzioni di poveri orti suburbani, ci immergevamo dentro intricati canneti, ci avventuravamo nei profondi fondachi ed maleodoranti cantine alla ricerca di strumenti scassati, mobili dismessi, vecchie riviste, traversine ferroviarie, potature di salici, copertoni di camion e quant’altro potesse prender fuoco o quantomeno sprigionare fumo. Per giorni e giorni la “cerca” continuava minuziosa nella squallidezza degli immondezzai o nella solitudine della splendente battigia col vento tramontanino che scarruffava un ancor gelido mare. Ovunque, in ogni crocicchio o in anguste piazzette l’architettura pencolante della “fogheraccia” si ergeva sempre più  alta quasi a voler sfidare l’ordinamento cosmico: per una volta gli uomini, che faticavano durante l’intera loro vita sulla avara terra, sfidavano, onorandoli, gli dei abitatori dei

Domani altra cerimonia a largo Anacleto Bianchi in omaggio al perseguitato politico e antifascista riminese

Si è svolta ieri pomeriggio la cerimonia di intitolazione del piazzale Guido Nozzoli, situato tra via Soleri Brancaleoni e via Circonvallazione Meridionale. Un momento ufficiale dedicato al partigiano e giornalista al quale hanno partecipato l’assessore alla toponomastica Francesco Bragagni, il figlio di Nozzoli, Daniele arrivato da Milano insieme alla moglie e il nipote Antonio Montanari, oltre a numerosi conoscenti che lo hanno apprezzato per la sua attività di reporter, scrittore e studioso. Domani sabato 17 febbraio alle ore 10.30, avrà luogo un’altra cerimonia d'intitolazione: quella di “largo Anacleto Bianchi”, spazio che si trova vicino al parco Pertini, via Piero della Francesca, nella zona del Ghetto Turco. Un omaggio ad una personalità riminese (1904-1977), perseguitato politico, antifascista e dirigente della Resistenza partigiana.

Il dancing in stile moresco era stato inaugurato presso piazza Tripoli nel 1948

A FRimini sono partiti questa mattina i lavori che danno il via all’intervento di restauro e consolidamento di porzione di mura di proprietà comunale dell’ex Oriental Park. Una riqualificazione che riguarda la porzione rimanente della recinzione della corte interna dell'ex locale da ballo che fu inaugurato con una solenne serata di gala l’8 luglio del 1948 e che ha l’obiettivo di riqualificare una porzione delle mura di stile moresco per mantenere memoria di un manufatto rappresentativo della vita turistica e balneare della città negli anni ‘50 e ‘60 del 900. Le mura dell’ex ritrovo mondano sono inserite all’interno dell’area di intervento di riqualificazione del Lungomare Murri, nei pressi di piazza Tripoli e fanno parte del più vasto progetto del “Parco del mare sud”, compreso tra via La strada (1954) e via Il bidone (1955). L'area, delimitata in parte da un muro in mattoni in stile moresco, risulta di proprietà pubblica e nella piena disponibilità del Comune di Rimini. Il progetto è vincolato ad autorizzazione paesaggistica e l’area ricade tra quelle tutelate per legge (ai sensi dell’art. 142 del Dlgs 42/04), in quanto territorio costiero compreso in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia. L’intervento, del costo di 167mila euro,

Andavamo a vedere i “tugnini” che facevano le sabbiature e le ragazzette con il costume intero nel buco della “gabina” di legno dove non si vedeva niente ma era già abbastanza

Lo zio Nando aveva una giardinetta dove abitualmente caricava tutto quello che era necessario per la bottega, così che non c’era un odore specifico, ma l’afrore dominante era legato alla stagione e alla tipologia del prodotto. In quel tempo andava di moda e costava relativamente poco la pittura di baccalà. Si rispettava il venerdì non soltanto in Quaresima e il pranzo domenicale dopo la Messa delle 11 e una quarto era una festa. Il gatto mangiava i topi, il cane era da pagliaio, la gente lavorava sperando nel sole dell’avvvenir, e quando dopo l’inverno ghiacciato, la classica Primavera dolce, arrivava la torrida estate, i bambini buoni qualche volta andavano al mare nella giardinetta dello zio Nando. Il trasporto dal paese a Fogliano Marina non era cosa da poco, ma già al Boschetto, prima della curva di San Lorenzo si sentiva l’aria salmastra. Lo zio, conosciuto, noblesse oblige, anche come “Muclena” era stato nei Carabinieri, partecipava alla vitta politica, aveva dei baffetti intransigenti e dopo i 6/7 kilometri, ci scaricava prima della ferrovia per evitare il convulso traffico. Il bagno si faceva alle 4, dopo le tre ore canoniche, nel frattempo andavamo a vedere i “tugnini” che facevano le sabbiature e

La giovane Lilith Miserocchi salvata in tribunale dal medico Adamh Levi-Menendez

Il dottor Adamh Levi-Menendez, nacque, presumibilmente intorno al 1630 a Salamanca. La data e il luogo di nascita sono controversi. Amador de los Rios ed Anastasio Chinchilla, storici della medicina, nelle loro opere: Historia de la medicina espanola e Annales Historicos, sostenevano che Levi-Menendez, medico stimato, fosse, in un primo tempo, passato dall'ebraismo al cristianesimo ed in seguito, in Italia, fosse tornato a riconvertirsi alla fede di Isacco. A Venezia, in casa del rabbino Geremia Zernitz, nel Ghetto Vecchio, sfogliando un volume della monumentale: Biblioteca Magna Rabbinica, ed. 1683, mi capitò di leggere: Adamh Levi-Menendez, progenie iudaeus ex ijs qui olim fidem Christi susceperant, postea abnegarunt. A Secchiano, nello studio del pittore Mirro Antonini, (credo fosse il 1972 o 73) mi cadde sott'occhio il diario tenuto in passato da un frate francescano, tal fratello Serafino da Verucchio, nel quale, tra notizie minuziose di bassa quotidianità, nelle quali raramente, lo scrivente, sorpassava la schematica esposizione dei fatti della giornata, c'era un accenno, per l'anno 1666, all'opera umanitaria, svolta in favore dei malati poveri della città di Rimini, dal dottor Levi-Menendez, "giudio espagnolo doctissimus et multo pio nello hanimo". Gli anni che il dottor Levi-Menendez trascorse a Rimini, non dovettero essere particolarmente felici.

Furono sue opere il Kursaal, Villa Solinas e la Piattaforma, ma anche il Cimitero monumentale e l'Edicola di via Dario Campana

Il 22 novembre ricorre il duecentesimo anniversario della nascita di Gaetano Urbani, l'ingegnere cui si deve la prima Rimini balneare: fu lui a progettare il Kursaal, i villini della marina  più belli a iniziare da Villa Solinas, la Piattaforma. Eppure Rimini non lo ricorda neppure con una via, a differenza degli altri pionieri come Baldini e Tintori, Mantegazza e Murri. Come annota Giulio Cesare Mengozzi (“Gaetano Urbani ingegnere e patriota”), Gaetano era nato a Rimini da Giovanni Battista e Costanza Bilancioni. Gli Urbani erano una famiglia di notai fin dal XVII secolo, ma l'ultimo rampollo dopo gli studi ginnasiali dal 1844 frequentò all'Università di Bologna i corsi di Matematica e Fisica, laueandosi "dottore in Filosofia e Matematica". Nel 1848 fu volontario nella 1a Legione Romana che partecipò alla prima guerra di indipendenza agli ordini di Giovanni Durando e Massimo d'Azeglio nella infelice campagna in Veneto dell'esercito pontificio contro gli Austriaci. Si iscrisse poi all'Università di Roma al Corso di perfezionamento in Tecnica Matematica dove fu allievo del già celebre architetto Luigi Poletti, cui com'è noto si deve anche il teatro di Rimini. Nel 1853 sposò Matilde Mascioli di Spello. Dal 1859 prese di nuovo le armi per l'Italia, Luogotenente della 5a Compagnia

Goliardo impenitente e mai laureato, centauro e pilota automobilistico perfino nella terribile Carrera Panamericana

Nella antichità immaginazione e sogno erano sinonimi: opinione e apparenza. Ludovico Ariosto immaginava che la luna fosse il luogo dove accatastati stessero i sospiri degli innamorati, le preghiere mai esaudite,  “i vani disegni che non han mai loco”, le fantasticherie e, nello stesso tempo, le apparenze, i desideri, le velleità abortite. Amleto stesso confessava: “And my immaginations are as foul as Vulcan stithy” (fantasie laide come la grotta di Vulcano). Veramente, allorché il sentimento fantastico diviene incontrollato, è facile che chi ne è affetto venga trasportato nell’infinito e difficilmente possa ritornare in se stesso. Ceredi Libero Giorgio (così si presentava, prima il cognome e successivamente il nome), era un cesenate benestante, nato nei primi anni Venti del secolo scorso, che per tutto il corso della sua, non breve, esistenza, null’altro ha fatto se non rincorrere chimere con un protervio senso alterità, attingendo costantemente da un cospicuo patrimonio familiare, evitando accuratamente qualsivoglia ambascia o accenno di dolore. Valeva, per lui, l’affermazione dello scrittore ceco Orten: “Sbagliare eternamente, fino a diventare puri”.  Prese la maturità classica al Liceo di San Marino, seguendo un percorso irrequieto, tra numeri eccentrici, affatturato com’era, fin dalla prima giovinezza, dalle più pazze intramesse e dalla deboscia più

Anna Pavlovna sedotta da Martinini, il calcio di punizione che mutilò Toneatto, l'atterraggio di Moratelli nella piscina del Rex

Come e perché nascono i miti? Il mito è l’esistenzializzazione di una metafora. Travalica l’immagine, si spinge oltre l’evento. In questa maniera si adultera l’essenza della parola, che è di condensare una conoscenza e non di esibire la cosa in concreto. In cosa differisce la bugia (quella epica, strabiliante, memorabile, fantastica) dal mito? La bugia, allorché è fine a se stessa, possiede una proprietà anagogica, ossia la capacità di elevare situazioni normali (meglio se mai accadute) alla sfera altissima della fantasia e dell’irreale. Rimini, che per secoli si è arrovellata tra gli spasimi, tra le contorsioni dialettiche per contrastare la miseria che ha sempre dimorato sulla foce del Marecchia, ha prodotto una marea di sottigliezze, di vertigini, tanto da generare una demenza analitica, tanto più cavillosa quanto più menzognera. Di bugiardi a Rimini ne sono passati a migliaia, con la loro tensione narrativa continuamente alimentata da una logopatia, a volte simpatica, altre volte talmente assurda che per misurarla sarebbero necessitate specole da capogiro. Vado a ritroso nel tempo. Cosa ci facesse Mario Martinini nella tipografia di mio padre non l’ho mai saputo. Il suo lavoro era stato quello di macchinista in teatro. Aveva attraversato l’Atlantico un’infinità di volte. Aveva allestito

Fra il bar di Quarto e Quinto Pasini e la Capannina, dove capitavano Francis Turatello e (forse) una delle Kessler

Gli anni sessanta, fanno entrare nelle case il secondo canale TV. Lo annuncia, a tre milioni di abbonati, una sorridente e compita Annamaria Gambineri. E' il momento del Da-da-umpa. Le gemelle Kessler, con le chilometriche gambe ricoperte da monacali mutandoni neri, sconvolgono l'immaginario erotico dei maschi italioti. Il "compagno" Giorgio Amendola, celebrando il centenario dell'unita' d'Italia, annuncia che "mai, in questo paese si è stati così bene". Trionfa il Cantagiro. "La pubertà è assurta a mito", sentenzia un giovane professore di Alessandria, dal nome che è tutto un programma. Ne risentiremo parlare. Il ballo imperante è il twist. Una danza carica di sottintesi sessuali. Originari di Liverpool, quattro ragazzotti che suonano e cantano, al loro apparire al Palladium di Londra, mandano in tilt l'intero paese. I Beatles, appunto. "Nessuno mi può giudicare", canta Caterina Caselli. Purtroppo, non è così per "Mondino" Fabbri da Castelbolognese, commissario "tecnico" (come diceva lui) della nazionale italiana di calcio, il quale, subendo, a Middlesbrough, il 19 luglio 1966, l'eliminazione dai Campionati Mondiali, ad opera della Corea del Nord, sarà costretto ad affrontare mille processi e confermerà, una volta di più, se ce ne fosse bisogno, l'assunto di ser Niccolò: "Che se tu fiderai nelli italiani,

La zucca che diventa lanterna, i morti che ritornano, dolcetto o scherzetto: tradizioni anche romagnole ma dimenticate con l'eclissi del sacro

Sì, li andiamo a trovare i nostri morti, ma diciamolo: non più come qualche anno fa. La ricorrenza è ancora sentita e largamente rispettata, eppure si nota che la folla nei cimiteri è diminuita, le strade sopportano meglio gli ingorghi. E e poi "va bene andare a trovarli anche negli altri giorni", se poi davvero poi ci andiamo. Sappiamo tutto di questa festa, che in Italia cade fra Ognissanti e quella della Forze Armate a ricordo della vittoria nella prima guerra mondiale, commemorando quindi anche i caduti per la Patria. Non bastasse, perfino la moderna pratica dell'ora legale contribuisce a segnare ancora più bruscamente l'ingresso nell'inverno e nell'oscurità. Sappiamo quanto deve a precedenti riti pagani e in particolare ad Halloween. E infatti, nè la festa di Ognissanti del 1 novembre nè la Commemorazione dei Defunti del 2 risalgono al primo Cristianesimo. La prima divenne di precetto solo con il re franco Ludovico il Pio nell'835. Il decreto fu emesso "su richiesta di papa Gregorio IV e con il consenso di tutti i vescovi", ma l'iniziativa venne da un sovrano germanico che regnava innanzi tutto su popolazioni celtiche. Allo stesso modo, la Commemorazione dei Defunti viene fatta risalire al francese Sant'Odilone di Cluny

Regalava libri, raccontava storie e forse le inventava, sembrava fosse stato ovunque e ogni cosa sapesse soprattutto di sport

Avrò avuto dodici anni e la mia fantasia era in subbuglio perché ero preso completamente dalla lettura. Leggevo in classe durante le ore di lezione, al momento dei pasti, di notte fino a tarda ora. Per i libri trascuravo la scuola, le nuotate al mare con i compagni, i piccoli doveri domestici. Nelle pagine di quei volumi rinvenivo quel mondo meraviglioso ed intricato per intendere il quale occorreva aprirsi la via attraverso un’irta boscaglia di segni, di frange interpretative, un mondo che per me si è sempre rivelato più completo ed articolato di quella che normalmente viene considerata la realtà. Una volta, nel Bar di Baròl, all’incrocio di via Pascoli con via Lagomaggio, alcuni giovanotti discutevano di sport rievocando la recente impresa di Charly Gaul, sul monte Bondone, al Giro d’Italia del 1956. Il loro discorso era sciatto, amorfo, sbreccato. Le immagini da essi rievocate parevano compresse in una realtà parziale, come respinte agli orli dalla marea della storia. Mi introdussi nella conversazione e raccontai il dramma vissuto da Pasqualino Fornara, la maglia rosa, che, sfinito dalla fatica, semicongelato cadde più volte e dissi di come il di lui direttore sportivo, il buon Giumanini, con le lacrime agli occhi, facendosi

Un tempo la spiaggia era la spiaggia, gli orti erano gli orti, i bagnini erano sempre quelli: ignorantacci bruciati dal sole

Noi di San Giuliano, che siamo cresciuti stando affacciati al mare abbiamo voci orribilmente strascicate. Parliamo storcendo la bocca, con profonda disistima e non sappiamo di chi. Forse di noi stessi perché non ci si rende conto per quale motivo dovremmo avere in uggia tutti gli altri nostri concittadini. Parliamo con torpida cadenza marinaresca. Le nostre parole non son mai rotonde. Sono sghembe, oblique e sono parte integrante di una teratologia paesaggistica fatta di linee pencolanti, di dune sabbiose, di decrepite abitazioni dalle cui persiane penetra un malignaccio raggio di sole che ha forato, per anni e anni, come un ago le nostre pupille. Il nostro è un dialetto acquatile, al punto che le voci ci escono dal gargarozzo col sentore di alga. Escono come pesci: quei vischiosi “govatti” pieni di lische che nessuno, al giorno d’oggi si azzarderebbe a mettere in tavola. In questo settembre mentre l’estate, tra nuvole bianche accompagna all’occaso un sole ormai fattosi trasparente, ripercorro le strade, per me familiari della Barafonda: via Zavagli, via Nicolini, via Tonini, via Di Miniello… e la solitudine, l’abbandono la decadenza ingigantiscono il sortilegio e l’inquietante architettura che ora porta impresso il lutto che non si può risarcire con il