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Felice Natale, ma non per i pacchetti regalo

Da Poliziano a De André, il simbolo tradizionale della caducità della bellezza è la rosa, che vive solo un giorno e poi sfiorisce. Il luogo comune va rivisto, non solo perché le rose di oggi campano un pelino di più, specie se ogni giorno gli tagli un pezzettino di gambo, gli cambi l’acqua e magari gli sciogli dentro un’aspirina, ma anche perché c’è qualcos’altro di bello che dura anche meno delle rose, a volte solo poche ore.

E’ il pacchetto regalo, la cui realizzazione oggi può diventare una vera e propria forma d’arte, come dimostra l’immenso assortimento di carte, sottocarte, stoffe, scatole, buste, cofanetti, nastri, fiocchi e coccarde che affolla le cartolerie.

Una volta l’arte del pacchetto era prerogativa della commessa, previo il rituale «glielo incarto?» E certo che doveva incartarlo! Solo le commesse possedevano non solo tutto l’equipaggiamento di carte e nastri, ma anche la manualità giusta per confezionare in pochi secondi impeccabili parallelepipedi con gli angolini netti e precisi e lo scotch attaccato dritto.

Solo loro, soprattutto, conoscevano il segreto per trasformare il nastro da regalo in una cascata di boccoli stile Maria Antonietta, o per annodarlo in un fiocco perfettamente simmetrico elegantemente fermato con un’etichetta adesiva e impreziosito con una gala di organza.

Quando ci provavamo noi a casa a incartare un regalo, il risultato era di solito la miniatura cartacea di un incidente stradale, tutta sgualcita e bitorzoluta. Oppure usavamo la carta sbagliata, una con gli orsetti e i clown per il compleanno della zia, una natalizia per un anniversario di matrimonio, una rosa confetto per la festa del papà, generalmente omofobo.

Il fiocco poi era sempre un problema: noi ci provavamo ad arricciare il nastro strisciandolo lungo la lama delle forbici, come avevamo visto fare alla commessa. Risultato, il nastro restava piatto ma in compenso ci eravamo tagliati un dito. Meglio lasciar fare alle professioniste.

Ma oggi viviamo nell’era della specializzazione, e siccome a Natale i pacchi da fare sono tanti, profumerie e librerie hanno delegato la confezione dei pacchi ad apposite avventizie, cui le commesse di oggi indirizzano i clienti con un certo sussiego, come se incartare i regali fosse più un lavoro da fattorino che da shop-assistant.

Allo stesso tempo ci sono madri di famiglia che fanno dell’impacchettamento una vera e propria arte a beneficio di familiari e amici, spendono cifre folli in carte pregiate e nastri di seta e frequentano appositi corsi dove imparano lo «tsusumi», la tecnica giapponese dell’incartamento che fa della confezione un regalo quasi più raffinato e sorprendente del suo contenuto.

Eppure, che sia banale o sofisticato, semplice o sontuoso, il pacchetto domani verrà scartato e carte e nastri si ammucchieranno in un angolo del salotto, testimonianza di un altro Natale che se ne va. Meglio farli sparire, o viene la malinconia.

Lia Celi www.liaceli.it

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