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I Matatia di Riccione, la speranza che non muore mai

Roberto Matatia: “Passerà. Storia di una famiglia ebrea” Il Ponte Vecchio.

Un bellissimo racconto che narra le traversie dei componenti il ramo della famiglia di Eliezer Matatia.
La famiglia Matatia comprendeva tre fratelli, tutti pellicciai, che da Kerkyra, capoluogo dell’omonima isola greca che chiamiamo Corfù, emigrarono in Italia intorno agli anni Venti. I primi ad arrivare nella nostra penisola erano stati i due maggiori, Nissim e Leone, che una volta constatate le buone possibilità di lavoro, chiamarono a raggiungerli anche il terzo e più giovane fratello Eliezer.

Prima svolgendo la loro attività nelle Marche poi in Emilia-Romagna, i tre fratelli finirono per stabilirsi in località diverse, ma vicine: Nissim a Forlì, Leone a Bologna, Eliezer a Faenza, ognuno di loro partecipando dell’impresa di famiglia, ma avviando un’attività commerciale in proprio di compravendita di pelli e pellicce pregiate, che permise a ciascuno di raggiungere condizioni di benessere per sé e per la propria famiglia già dagli anni Trenta.
Proprio in quegli anni Nissim, il primogenito tra i fratelli Matatia, riuscì addirittura a comprarsi una villetta sul lungomare di Riccione, a fianco di quella villa Margherita che compreranno i Mussolini per trascorrere le loro vacanze estive.

Per i Matatia la situazione cominciò a modificarsi, man mano che il clima politico italiano ebbe a risentire del progressivo avvicinamento del fascismo alla Germania, poiché l’alleanza con Hitler spinse col tempo Mussolini ad adeguarsi anche all’antisemitismo nazista.

Verso la fine degli anni Trenta, nonostante i segnali fossero cupi, Nissim non si preoccupò e rimase fiducioso. Nel suo negozio serviva una clientela agiata e numerosa, tra cui anche tante mogli di esponenti del regime, del quale lui stesso era stato un sostenitore della prima ora, e credeva di essere protetto dalla rete di amicizie e solidarietà che pensava di avere attorno.

Invece Leone ed Eliezer, che avevano anche le mogli straniere, ormai discutevano sempre più apertamente di abbandonare una volta per tutte l’Italia, per riparare all’estero. Eliezer, il fratello più giovane ed irruento, con la moglie Clara Stella incinta e i suoi altri cinque figli, nella primavera del ’39 decise di andarsene dall’Italia e di partire per il Sudamerica, dove ancora le frontiere per gli Ebrei in alcune nazioni non erano state chiuse del tutto e si concedevano ancora visti, seppure pochi e con difficoltà. Eliezer e famiglia riuscirono ad imbarcarsi su una nave a Genova, alla volta della Bolivia.

In Bolivia si trattennero per quasi dieci anni, finché – finita la guerra e le persecuzioni nazifasciste – tornarono nel ’48 in Italia, per curare in prima persona i loro beni ed interessi, non potendo più contare su nessun altro che lo facesse al loro posto, dovendo prendere atto fino in fondo di cosa era successo a tutti gli altri loro famigliari.

Nissim e la sua famiglia erano stati sterminati ad Auschwitz. Leone e la moglie, dopo molte traversie, erano riusciti a riparare in Svizzera e rientrarono a Bologna solo a guerra finita.

Roberto Matatia, l’autore del volume (così come lo era stato nel 2014 del primo romanzo “I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo” edito da Giuntina che raccontava le vicende della famiglia di Nissim), è il nipote di Eliezer. Suo padre Nino era il terzogenito di Eliezer, il primo figlio maschio.

La voce narrante di questo nuovo romanzo famigliare è Clara Stella Hakim, moglie di Eliezer, nonna dell’autore: “Che vita assurda, la mia! Nata in Turchia, sposata a un greco, prima in Italia, poi in Bolivia, poi ancora in Italia e ora in Israele. Non sono mai riuscita ad avere una Patria, non sono mai riuscita a capire dove fosse la mia casa, quali le mie radici. Voleva forse dire questo il detto ‘Ebreo errante’?”. In mezzo al dipanarsi della vita della famiglia, l’Autore inserisce tante riflessioni sulla tragica esistenza della nonna: “Si dice che i figli siano doni del Signore; sarà anche vero … ma i miei erano frutto delle voglie del loro padre-padrone. Quanto ho odiato quest’uomo!”. “Sei [figli] fino alla nostra permanenza in Bolivia; altri dopo; non ricordo quanti gli aborti”.

“Nemmeno ora ho capito se quest’uomo l’ho mai amato. Quel che posso dire è che sovente l’ho temuto, in coscienza, l’ho sempre rispettato; sono stata spesso accondiscendente”.

Stanca dei numerosi soprusi, dei numerosi tradimenti del marito e del continuo dover essere concepita nel suo (unico) ruolo di donna e quindi madre, la protagonista diretta del romanzo ripete spesso – tra sé e sé – la parola “passerà”: una sorta di “mantra” a cui voler credere a tutti i costi, molto spesso per non fare i conti con quanto di duro e scomodo la realtà a volte può mostrarci. “Passerà” è la sua, e della famiglia, dottrina di vita perché, nonostante tutto, non muore in loro la speranza che, prima o poi, tutto il rancore e la paura si possano trasformare in un rassicurante rapporto familiare, fondato, se non sull’amore, sul rispetto reciproco.

“Diventai cattiva – lo riconosco – e cominciai a scaricare colpe inesistenti sulla mia giovane nuora”. Hakim “quella ragazza solare e allegra, desiderosa di dare e ricevere amore, gradatamente spense le proprie gioie ed emozioni per trasformarsi in una donna depressa e gravemente malata”. “Tanto che l’essere temuti dai figli, odiati dai generi e dalle nuore, evitati dai nipoti procurò in noi una malsana sensazione di potere. Ci invitavano solo per paura, e solo per paura venivano a casa nostra”. “L’orgoglio malsano ed ottuso di una vecchia, quale ormai ero, bloccava ogni sforzo di ravvedimento”. Ma continuamente trovavo un sollievo nel ripetere “Passerà! Coraggio, anche questa passerà!”.

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