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Quella Rimini a parte che viveva sul porto


13 Novembre 2022 / Paolo Zaghini

Oreste Delucca, Alessandra Peroni: “Vita sul porto a Rimini nei documenti del tardo Cinquecento” Luisè.

Dopo “Rimini e il mare nei documenti del Tre-Quattrocento” (Luisè, 2020) Oreste Delucca, con l’aiuto di Alessandra Peroni, prosegue il suo excursus storico nei secoli del Basso Medioevo, dedicandosi all’esame delle carte d’archivio del Cinquecento riminese. Scrive nella nota introduttiva l’editore Luisè: “La nostra città si è lasciata alle spalle la memoria del Principe guerriero-mecenate e vive la nuova era dominata dal potere papalino (…). In Italia è il tempo del Concilio tridentino con cui la Chiesa di Roma reagisce alla ribellione luterana”.

Il Quattrocento si era chiuso con la scoperta dell’America; “il Mediterraneo da centro della civiltà occidentale stava gradualmente trasformandosi in un piccolo mare, interno e periferico”. Venezia lottava per la sua sopravvivenza e Rimini stava vivendo “il tramonto della signoria malatestiana e il passaggio sotto il diretto controllo pontificio; da piccola capitale di una ambiziosa signoria a modestissimo nucleo marginale”. Il Cinquecento è per Rimini un secolo di profonda crisi economica, politica, finanziaria. Il porto di Rimini vivrà per tutto il secolo in condizioni precarie. “Il porto riminese sconta la cronica carenza dei fondali necessari a dare ricetto ad imbarcazioni appena maggiori delle barchette”. Il Marecchia depositava abbondanti ghiaie, conseguenza della deforestazione e della violenza delle alluvioni.

Ma le annotazioni di Delucca trascendono i dati tecnici. Il suo ricercare fra le carte d’archivio portano alla luce tanti altri aspetti. Ancora Luisè: “Le microstorie con cui i due Autori nutrono queste pagine sono confortate da centinaia di documenti tutti espressi in lingua volgare (…) vere e proprie pennellate in un quadro coloratissimo dove donne e uomini di varie provenienze: romagnoli, emiliani, marchigiani, veneziani, lombardi, friulani, dalmati, ciprioti ma tutti alla fine riminesi vivono il proprio tempo in questa città di mare e sul mare. Di essi, delle loro imprese quotidiane, delle loro sorti fortunate e non, dei loro travagli, dei loro amori e dissapori, delle baruffe e dei giochi, dei naufragi, delle catture in seguito alle scorrerie turchesche e dei riscatti, noi ora conosciamo tutti i dettagli, anche i più minuti”.

“A Rimini, come in ogni altra città di mare, la zona del porto assume caratteri assai diversi da quelli del restante centro urbano”. “Gradualmente si accentua il carattere di ‘mondo a sé stante’ del porto e della sua vita, rispetto al resto della città; favorito anche dalla forte immigrazione che lo rende sempre più un corpo separato dal tessuto urbano rinserrato al di là delle mura”.

E allora, seguiamo Delucca: “L’osteria è il vero cuore dell’ambiente portuale. Chi parte, chi arriva, chi sosta, chi dorme, chi tratta, chi beve, chi mangia, chi gioca, chi cerca rogne o cerca un piacere carnale, ha per riferimento immancabile l’osteria”. Le osterie erano anche il centro della prostituzione cittadina: “Come è noto nello Stato Pontificio (di cui Rimini faceva parte) la prostituzione era legale. Il tenutario del postribolo pagava annualmente una tassa per la sua gestione, come avveniva per tutte le branche dell’economia”. Le donne che “nel linguaggio corrente vengono definite ‘putane’, non è considerata una espressione offensiva, ma semplicemente l’attestazione del loro mestiere; tant’è che loro stesse si definiscono tali”.

Ma “a caratterizzare la vita sul porto è anche una litigiosità piuttosto diffusa che trae origine dalle attività quotidiane, ma anche dall’indole particolarmente rissosa che contraddistingue molti individui di bassa lega e sfaccendati, soliti nel darsi convegno da queste parti”. Il Borgo Marina e la sua appendice portuale sono sempre state per la città una zona “difficile”.

Centrale nell’attività del porto è il commercio in partenza del vino, seguito da quello del sale proveniente dalle saline di Cervia; mentre in arrivo si segnalano carichi di pelli animali e bestiame provenienti dalla Schiavonia e da Venezia, legname, minerali e materiali ferrosi (trattati questi ultimi soprattutto dalle famiglie Gambalunga e Pavoni).

La pirateria in questi decenni era particolarmente attiva: “nel corso del Cinquecento ha registrato una recrudescenza dovuta all’acuirsi dello scontro fra mondo cristiano e mondo islamico, scontro che in modo diretto o indiretto, l’ha determinata e alimentata”. Protagonisti principali delle scorrerie erano gli Uscocchi, tuttavia cattolici slavi protetti dall’Austria, e i corsari “barbareschi”, cioè quelli provenienti da terre ottomane, dall’Albania al nord Africa.

Dunque la comunità portuale riminese nel Cinquecento era composta solo in parte da riminesi d’origine. A questi si aggiungevano numerose famiglie provenienti da varie città della laguna veneta e della Dalmazia. “Erano per lo più marinai, pescatori, libbadori (marinai preposti ai trasbordi verso le navi o dalle navi verso le banchine), artigiani, osti e mercanti di passaggio, affaccendati tra le case, le botteghe, le osterie e i magazzini posti in prossimità del porto: un microcosmo a sé, legato eppure al tempo stesso separato dalla città. Ed era l’amministrazione cittadina in primis a creare i presupposti affinchè questo distacco di fatto tra centro urbano e quartiere portuale si mantenesse, in parte per motivi igienico-sanitari e in parte perché non particolarmente propensa a interfacciarsi più del dovuto con un’area dotata – per così dire – di una identità ‘altra’, eterogenea, chiassosa, multiculturale”.

Sono oltre 400 i documenti sintetizzati dagli Autori provenienti dall’Archivio di Stato di Rimini, che hanno consentito di creare una tabella onomastica (l’insieme dei nomi propri di persona di una determinata area geografica) degli abitanti del porto, con molte centinaia di nomi, soprannomi, provenienza, anni di presenza a Rimini.
Delucca ancora una volta ci restituisce, direi grazie ad un lavoro certosino da archivista, un pezzo di storia riminese assai poco conosciuta.

Paolo Zaghini