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Il silenzioso “pernacchione mentale” che solitamente m’insorge spontaneo all’apparire televisivo del lezioso cicisbeo Di Maio e del bulletto attaccabrighe Di Battista, in questi giorni stenta ad arrivare, vedendo come i due annaspano nel pietoso tentativo di prendere le distanze da certi loro compari, inquisiti a Palermo e a Bologna con l’accusa di essere “falsari di firme”. No, la mia non è una forma di adesione al “buonismo in zona Cesarini” di Renzi, che s’è messo a perorare «un SÌ col sorriso sulle labbra» (io non ci riuscirei). Credo c’entri, invece, l’inconscio e tardivo disagio per il ricordo di aver falsificato tante volte anch’io una firma: quella di mio padre, negli anni adolescenziali della scuola. Per di più con l’aggravante di essermi spesso procurato un secondo libretto per la giustificazione delle assenze, ricorrendo a vari stratagemmi fraudolenti, compreso il rubacchiarlo in segreteria.

Quanto mi avesse segnato quella truffaldina attività di falsificazione, l’ho scoperto un giorno di fine novembre 1966, nel riguardare il mio primo articolo per L’Ordine Futuro che, da neo-iscritto alla Federazione Giovanile Comunista, avrei di lì a poco consegnato al Direttore, Giorgio Giovagnoli. Non sopportando più il mio nome, fonte delle migliaia di sfottò subiti negli anni (“Fernando tre caffè – Olé!”; “Arriva Fernandel!”), in quell’occasione decisi di “ritoccarlo”, attribuendomi per la prima volta il diminutivo Nando. Ma mentre nel testo dell’articolo, naturalmente scritto a mano, tutte le enne maiuscole risultavano conformi alla N imparata alle elementari, nel firmarmi Nando mi era venuta spontanea la stessa N più volte usata per imitare la firma del babbo Nello.

A Rimini, si sa, ultimamente i grillini non hanno avuto l’occasione per dimostrare di essere anche capaci a non falsificare le firme elettorali. In compenso ha preso piede una sorta di “cronico grillismo diffuso”, in gran parte inconsapevole, che sta portando migliaia di persone a “firmare la qualunque”, come direbbero in Sicilia. Pare quasi la parafrasi in salsa riminese di quel «Libiam ne’ dolci fremiti / che suscita l’amore…» intonato da Violetta e Alfredo nella Traviata: “Firmiam ne’ dolci fremiti / che suscita il firmare”. E pazienza se una volta si diceva “metterci la faccia”, mentre oggi pare più importante “metterci una firma”, con la faccia che spesso può restarsene nascosta…“all’ombra dei social”.

Qualcuno s’inventa un nuovo campo nomadi in ogni cortile di casa di cento riminesi? Ecco una valanga di maledicenti firme, preludio ad una scurrile invasione in Consiglio Comunale.

La Regione inaugura un ancorché limitatissimo obbligo alle vaccinazioni (che si spera divenga presto legge dello Stato)? Un drappello di superstiziosi fanatici e di “consumatori di fregnacce” è subito pronto a pietire firme a sostegno della loro fastidiosa e pericolosa ciarlataneria.

A Santa Giustina partono finalmente le opere pubbliche da tempo richieste e attese? Sì, ma allora se non ci sarà più bisogno di altre petizioni, come farà Pino Spranghina a far notte? Così ogni tanto, per nostalgia, si diverte a ripetere quell’irresponsabile interruzione della SS 16 mediante il continuo ed ostruzionistico “passa e ripassa” sulle strisce pedonali di qualche decina di suoi seguaci (ma un vigile mai? Mandato non a impedire, ma a regolare quell’insulsa esibizione?).

Poi ci sono le petizioni “a rimorchio” della ristrutturazione degli ospedali: giustificatissime, sia chiaro, fino a che si tratti di chiedere, e pretendere di accertare, che i nuovi assetti non diminuiscano le prestazioni sanitarie in precedenza già garantite da quel determinato ospedale. Ma cosa si può pretendere di più quando, come nel caso della senologia a Santarcangelo, la garanzia richiesta viene certificata da più incontri pubblici con il “capo supremo” dell’Ausl? Come pure dai Sindaci di Santarcangelo e Rimini con relative Giunte, Commissioni consiliari competenti e maggioranze in Consiglio Comunale (mentre le opposizioni, grullini in testa, fanno per lo più sciacallaggio)? Se la petizione continua, con l’aggravio di rissa e volgari insulti, è solo perché c’è chi strumentalizza a suon di falsità, per fini politici e frustrazione personale, il comprensibile disorientamento di altre donne iper-sensibilizzate al problema. E anche perché “ci inzuppa il pane” un certo sindacalismo ciarliero e vacuamente tuttologo, che da noi sta ormai prendendo piede. Il quale – CGIL in testa – a Rimini alimenta una pure talebana mistificazione consistente nel far passare per “privatizzazione delle scuole d’infanzia” una scelta del Comune che, al contrario, è indispensabile proprio per non dover ridurre quel servizio pubblico per l’infanzia.

Ma cosa ormai aspettarsi dai dirigenti di una CGIL riminese i quali, in questi giorni, stanno dando un’inqualificabile prova di arroganza organizzando nelle scuole assemblee elettorali per il NO al referendum, retribuite con pubblico danaro?

Capite, nemmeno il pudore e la piccola ipocrisia di chiamarlo “confronto sul prossimo referendum”, ma l’impudenza di farsi beffe dei tanti iscritti alla CGIL che voteranno Sì. E hanno anche il coraggio di emettere starnazzanti inalberate se qualche “autorità preposta” – Prefetto o preside che sia – osa dubitarne la “pertinenza legale”. Quando ben prima del “dubbio di legittimità” dovrebbe essere “la decenza” a sconsigliare tanta sfrontatezza (e questo varrebbe anche se fossero assemblee per il sì). Il cui apice è raggiunto da questa testuale dichiarazione del Segretario Urbinati, il quale, dopo aver ridicolmente sostenuto che l’ordine del giorno scelto («Referendum: le ragioni del no») è legato alla riforma della scuola, sbotta che lui potrebbe indire un’assemblea retribuita «anche per discutere della crisi dell’Inter».

Personalmente mi vergognerei continuando ad aderire ad un simile sindacato, per cui dopo quella dell’ANPI dovrò restituire anche la tessera della CGIL.

 

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