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La Saludecio più vera nella poesia Cervelleri

Carlo Cervellieri: “Iscì per mod da dì” – La Piazza.

Devo al Sindaco di Saludecio, l’amico Dilvo Polidori, il regalo di questo ultimo libro di Carlo Cervellieri. Il volume contiene 29 poesie in dialetto che esprimono lo spirito di Saludecio, così come lo sente l’Autore. Un po’ qualunquista, un po’ smargiasso. Tanto nobile decaduto. A cavallo dei settant’anni Cervellieri torna ad immaginare un mondo passato, a volte migliore a volte peggiore di quello odierno. E lo fa ricorrendo ad un dialetto verace, che colpisce con la sua sinteticità e capacità di espressione.

Scrive Vincenzo Sanchini nella sua Presentazione: “Carlo ha scritto in una sua poesia che ‘e’ djalèt l’è na roba viva’, ma più che è, direi era, perché come ha riportato da qualche parte ‘el djalèt s’è n’è parlèd / sèta el tet l’è cundanèd’ (il dialetto se non è parlato / sotto il tetto è condannato). Si, vabbè, si potrà dire qualcosina sugli accenti, sulla grafia, ma se non lo parli nelle case e non solo, è destinato a finire sui libri. Il dialetto, da orale, sta diventando una lingua scritta”.

Il Sindaco Polidori annota come Cervellieri “con i suoi libri riesce sempre a ripescare nella nostra memoria personaggi, situazioni e paesaggi che fanno parte un po’ di tutti i saludecesi”. E’ questo il terzo volume che Cervellieri edita: il primo nel 2017 “Saludecio com’era com’è”, il secondo nel 2018 “Scused sa m’so permes” ed ora “Iscì per mod da dì”. Tutti editi dalla casa editrice “La Piazza” di Misano Adriatico, diretta da Giovanni Cioria.

Il libro è diviso in tre parti: nella prima le poesie in dialetto illustrate da 13 artisti diversi; nella seconda una raccolta di 21 foto delle botteghe del centro storico di Saludecio negli anni ’50; nella terza istantanee delle attuali attività commerciali e artigianali del borgo, con le foto dei gestori. In fondo al volume le traduzioni in italiano delle poesie dialettali di Cervellieri.

Sempre il Sindaco Polidori: “Di questo libro la poesia che ha suscitato in me ricordi indelebili, è frutto di una ricerca che ci riporta alle antiche ‘botteghe’ di Saludecio, ai suoi proprietari, ai loro caratteri, alle tante loro produzioni o merci in esposizione e vendita. La poesia si chiama ‘J’udor’ (gli odori). (…) Oggi molte ‘botteghe’ non ci sono più. I tempi sono cambiati, vanno di moda i grandi centri commerciali, ma nulla potrà sostituire il loro fascino e i rapporti umani e d’amicizia che si creavano al loro interno”.

“A sént ancora t l’èria j’udor / quij dolc, quij grév, quij de lavor / quij dli butégh sempre avértie / quij dli viulèt apéna arcoltie”. (Sento ancora nell’aria gli odori / quelli dolci, quelli grevi, quelli del lavoro / quelli delle botteghe sempre aperte / quelli delle violette appena raccolte).

E allora c’è l’Adele la fornaia, Maden il ciabattino, Fudrigon ciabattino e musicista, il sarto Uglion, il medico Lumbardon, l’edicolante Bacla, la commerciante Agata, i tipografi Dionigi e Naselli, l’oste Lello, la pasticceria Pivaren, la tabaccaia Mariulena, il macellaio Panzon. “Udor, udor, udor udor udor / ancora udor, te mi paès d’òr” (Odori, odori, odori odori odori / ancora odori, nel mio paese d’oro).

“Tèra amèda sì tu udor / pina ad gént, pina ad lavor / poch l’è arvènz, dù bar e un barbiér / duch a scap tut li sér / ecme i chi, ma stè tavlèn, / armist un cafè se cuchiarén, dè su prufum, l’èria l’è dénsa, / m’un èltre bar la mént l’arpénsa. // A so da Chelotti, l’è pin ad tavlén / quij c jè da seda i gioga a ramén / a m’arvègh znén, me pièn de bancon / a m’arvègh, e t’un solch u m’cala un guc-lon”. (Terra amata con i tuoi odori / piena di gente, piena di lavoro / poco è rimasto, due bar ed un barbiere / dove esco tutte le sere. / Eccomi qui, a questo tavolino, / rimesto un caffè con il cucchiaino, / del suo profumo l’aria è densa, / ad un altro bar la mente ripensa. // Sono da Chelotti, è pieno di tavolini / quelli seduti giocano a ramino / mi rivedo piccolo, al piano del bancone / mi rivedo, e in un solco scende un lacrimone).

Paolo Zaghini

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