HomeCronacaE dopo Milano Marittima speriamo di non dover fare più miracoli


E dopo Milano Marittima speriamo di non dover fare più miracoli


14 Luglio 2019 / Lia Celi

Questa settimana l’uragano del nostro scontento si è trasformato in un rinfrancante bagno di autostima per tutta la Riviera: il miracolo di Milano Marittima, dove gli ombrelloni e i lettini spazzati via dalla tromba d’aria sono tornati a posto nel giro di poche ore e nemmeno centinaia di alberi caduti sono riusciti a inceppare la macchina turistica, è stato narrato dai media con accenti epici e trionfali cui, onestamente, qui non eravamo più abituati.

L’ultima impresa per cui sono state lodate le virtù dei romagnoli «seriamente», cioè senza sarcastica condiscendenza (tipo il “popolo genialoide di affittacamere” di Gianni Brera), è stata la bonifica delle paludi pontine, riscattate col sudore e la malaria di tanti braccianti ravennati e forlivesi. E a partire da molto prima del fascismo, con i primi cinquecento eroi che nel 1884 partirono dalle impoverite terre di Romagna per raggiungere gli acquitrini di Ostia e Fiumicino, posti «dove non avrebbe resistito neanche il diavolo», dicevano i locali, eppure i romagnoli tennero duro e trasformarono l’inferno in terra arabile.

Ma forse quell’impresa titanica non fu esaltata dai giornali dell’epoca tanto quanto la risistemazione-lampo della spiaggia di Milano Marittima lo è stata da giornali e tiggì. Stupiti, quasi scioccati da un fenomeno più sconvolgente dei chicchi di grandine grossi come arance: italiani che, dopo aver subito dei danni (solo materiali, per fortuna, ma ingenti), non si mettono a lamentarsi, a cercare colpevoli o a chiedersi dov’è lo Stato, ma si dànno da fare tutti insieme, aiutati anche da gente dei comuni vicini, «non per buonismo, ma perché integrati nella stessa comunità», come ha scritto Massimo Gramellini nel suo Caffè, e a tempo di record rimettono tutto a posto.

Certo, ombrelloni e lettini non sono case e stabilimenti, ma non sottovalutiamo l’attitudine nazionale a restare con le mani in mano lagnandosi e rinunciando a impegnarsi anche per quel poco che concede all’iniziativa personale una burocrazia soffocante capace di multare chi aggiusta di tasca propria una buca pericolosa nel marciapiede.

Se la Riviera è la Florida italiana, i romagnoli hanno sfoggiato effettivamente uno spirito «americano» da cliché pre-trumpiano, quello delle catene di secchi per spegnere l’incendio. Ma trattandosi di industria turistica, che è un po’ parente del teatro, forse la similitudine più calzante è la fratellanza tra la gente dello spettacolo quando un incidente mette a rischio la rappresentazione: nell’emergenza si superano rivalità e invidie e scatta la solidarietà, anche fra compagnie concorrenti, sapendo che un domani l’aiuto verrà restituito.

The show must go on, e all’ora stabilita il sipario deve alzarsi regolarmente davanti a un pubblico che non può restare deluso – le platee vuote, quelle sì sono la vera calamità. Così è successo a Milano Marittima, così speriamo non debba succedere in altre località della Riviera in questa estate meteorologicamente imprevedibile. Anche perché il pubblico si abitua, Gramellini ha già dedicato un Caffè all’«operosità entusiasta» dei romagnoli, e se dovesse ripetersi una ricostruzione-lampo rischiamo di rimanere senza applausi.

Lia Celi