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Omofobia e stalking fanno perdere voti o li fanno guadagnare?

Nell’ultima settimana prima del voto, dai cappelli dei candidati spuntano immancabilmente i conigli più imprevedibili da sventolare contro gli avversari e le loro liste: vecchie pendenze con la giustizia, pettegolezzi vintage, voci dal sen fuggite in anni lontani, quando una carriera politica non era ancora all’orizzonte. E le amministrative che si celebreranno a Rimini domenica prossima non fanno eccezione.

Ma il coniglio che è uscito dal cilindro dell’Arcigay di Rimini contro una candidata della lista Ceccarelli (centrodestra), anziché agire come distruttivo roditore di popolarità, rischia di ottenere l’effetto contrario, almeno nel bacino d’utenza conservatore. La persona in questione, come ha ricordato Marco Tonti dell’Arcigay, è stata rinviata a giudizio per omofobia e stalking ai danni di un giovane vicino di casa. Non si limitava a storcere il naso o ad alzare gli occhi al cielo quando vedeva passare il ragazzo, ma gli urlava regolarmente insulti a gola spiegata, per essere sicura che nessun abitante del quartiere restasse all’oscuro della sua opinione su chi ha un orientamento sessuale non conforme.

Personalmente trovo orribile un comportamento del genere, e se sapessi che il mio candidato sindaco ha nella sua lista una urlatrice omofoba rinviata a giudizio per stalking, pretenderei che se ne sbarazzasse in quattro e quattr’otto, se non vuole perdere il mio voto. Però io non sono di centrodestra, e non lo è nessuno dei candidati che potrei votare domenica prossima.

E non sono di centrodestra anche perché di quell’assetto mentale, almeno nella sua declinazione italiana, fa parte l’omofobia, in tutte le sue declinazioni; da quella soft che si limita ad avere riserve sull’adozione da parte di coppie omogenitoriali o sul ddl Zan – Salvini in piazza a Rimini come in tutte le piazze: “La mamma è la mamma e il papà è il papà” – a quella verbalmente aggressiva stile Silvana De Mari, la dottoressa che ritiene l’omosessualità una malattia da curare e i rapporti gay “una catastrofe mondiale” (pensa la stessa cosa dei vaccini, tanto che è stata sospesa dall’Ordine dei medici).

Quanto all’omofobia aggressiva tout-court, come quella di cui è accusata la candidata della lista Ceccarelli, fatta di insulti per strada, ma anche, nei casi più gravi, da violenze e molestie, i leader del centrodestra ultimamente tendono a prendere le distanze con la condanna di prammatica «di ogni discriminazione». Questo non impedisce che l’omofobo nel centrodestra si senta a casa sua, e più vede che i suoi esponenti sono sulla sua stessa lunghezza d’onda, più ne è entusiasta: dubito che i simpatizzanti della lista Ceccarelli, alla scoperta che una candidata è stata rinviata a giudizio per omofobia, abbiano sbarrato gli occhi mormorando “cribbio, è l’ultima cosa che mi sarei aspettato, che vergogna, quasi quasi voto un altro”. Anzi, forse voteranno Ceccarelli ancora più convintamente proprio perché nelle sue fila accoglie chi è sotto processo per omofobia.

Si capisce quindi come Ceccarelli non sappia che pesci pigliare: non può applaudire la sua candidata, sarebbe inappropriato, ma ripudiarla sarebbe un autogol, non sia mai che gli elettori sospettino che è diventato di sinistra. Così si è limitato a ricordare che «imputata non significa condannata», e «da buon padre di famiglia», ha consigliato «un po’ di prudenza nei giudizi a questo impetuoso giovane» (che sarebbe poi l’esponente dell’Arcigay). Un buon padre di famiglia però dovrebbe raccomandare prudenza innanzitutto a chi fa parte della sua famiglia, anche quella politica, se rivolge la sua impetuosità contro i vicini di casa tanto da finire in tribunale. Ma non ci sono più i padri di famiglia di una volta, nemmeno nel centrodestra.

Lia Celi

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