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Primo Ghirardelli non c’è più, ciao fratellone

Nel novembre del 1966, quando diciottenne mi iscrissi alla Federazione Giovanile Comunista, Primo Ghirardelli, di sei anni più grande e già un affermato dirigente riminese, era considerato “il giovane talento” della Segreteria del PCI, allora diretta da Checco Alici, cui sarebbe subentrato di lì a poco Zeno Zaffagnini.

Tre mesi dopo, allorché Giorgio Giovagnoli subentrò come segretario della FGCI a Loris Soldati partito per il servizio militare e io divenni inaspettatamente il suo vice, fu quasi naturale che Giorgio e Primo diventassero per me una sorta di fratelli maggiori, disposti ad accogliere pazientemente le mie ansie di “parvenu” che si sforzava di non apparire tale.

Primo avrebbe poi continuato a garantirmi quel generoso “ruolo fraterno” anche dopo che Giorgio interruppe la quotidiana sua presenza in sede, avendo intrapreso in Municipio quella brillante “strada professionale” per la quale è ancor oggi ricordato e apprezzato.

Mi è davvero difficile dipanare il doloroso marasma di ricordi, emozioni e rimpianti in cui mi sento immerso fin dal momento in cui ho avuto la triste notizia che Primo non è più fra noi. Altri si impegneranno a raccontarci il suo percorso politico, i suoi meriti, i suoi successi e le sue delusioni, che pure non sono mancate. Ma farlo ora richiederebbe a me il subentro di un approccio razionale che al momento non so darmi, né voglio che prevalga sulla pienezza dei sentimenti.

1983, Giugno, piazza Cavour dopo la sentenza Valloni, da sinistra: Ghirardelli, Vici, Neri, Cagnoni, Piccari

Citavo prima i rimpianti. Ve n’è uno che, nonostante lo sconforto, ha “l’effetto collaterale” di tirarmi fuori una accenno di sorriso: il non essere riusciti a concretizzare la promessa, più volte rinnovata, di una serata dedicata a rileggere, assieme a tutti i suoi “autori”, quel “Patacario” di cui Primo fu designato curatore e custode.

Si tratta di una la raccolta di vignette, finti manifesti, componimenti letterari e poetici con cui alcuni di noi, che sul finire degli anni ’70 erano ancora “i giovani dirigenti del PCI”, prendevano di mira l’enfasi eccessiva, la demagogia oratoria, la scontatezza, il narcisismo di taluni compagni che, nel corso delle innumerevoli riunioni di quel tempo, “si appassionavano recitando l’ovvio”, come ci portava a dire la nostra irriverenza.

Perché Primo Ghiradelli era anche questo: un appassionato conoscitore di vicende umane e un seriosissimo curatore di grandi faccende della società, che però sapeva contagiarti con la sua ironia.

Nando Piccari

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