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Quel che Cesare disse a Rimini, se lo disse

“Caio Giulio Cesare, il perduto discorso di Rimini”. Introduzione e ricostruzione a cura di Mirko Rizzotto –  Libri dell’Arco.

Giulio Cesare il 12 gennaio 49 a.C. aveva 51 anni, quando nel corso della notte attraversò il Rubicone ed entrò a Rimini. “Alea iacta est” (il dado è tratto): “attraversare in armi quel fiumicello, un labile confine fra l’Italia e la Cisalpina, era di fatto una dichiarazione di guerra a Roma”. Il condottiero romano, reduce da nove anni di vittorie nella guerra per la conquista della Gallia, l’invasione della Britannia e la sottomissione della Germania, davanti alle sue coorti schierate della XIII Legione Gemina nel foro romano di Rimini, prima città della “terra Italia”, fondata dai Romani come colonia di Diritto Latino nel 286 a.C. col nome di “Ariminum”, annunciò con il suo discorso l’inizio della guerra civile contro Pompeo e il Senato romano.

Del resto il Senato repubblicano romano il 7 gennaio aveva proclamato lo stato d’emergenza e dichiarato Cesare “nemico pubblico”. Cesare, della potente famiglia patrizia Iulia, fu militare, politico, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia. Ebbe un ruolo fondamentale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale.

Ma Cesare tenne veramente il suo discorso alle corti schierate a Rimini? E’ quello che lo storico Mirko Rizzotto, classe 1976, cerca di ricostruire analizzando tutte le fonti (poche) pervenuteci dagli scrittori romani: fondamentalmente Ammiano Marcellino “Le storie”, Appiano “Storia romana. Le guerre civili”, Svetonio, “Vita dei Cesari”, Plutarco “Vite parallele”, Lucano “La guerra civile o Farsaglia”, Tito Livio “Storia di Roma dalla sua fondazione” e il testo dello stesso Cesare “La guerra civile”.

Subito dopo il “celeberrimo discorso di Rimini” le operazioni militari della guerra civile ebbero inizio. Per cinque anni gli scontri si susseguirono in Italia, in Gallia, in Spagna, in Epiro, in Egitto, in Africa. Nel gennaio 44 a.C. Cesare, vincitore di Pompeo e dei pompeiani, venne nominato Dittatore a vita. Ma poco dopo, alle Idi di marzo, il 15, venne assassinato.

Rizzotto, riprendendo una annotazione dello studioso Gian Matteo Corrias, prova sintetizzare gli elementi del profondo cambiamento in corso in quei decenni a Roma: “Sullo scorcio della Repubblica, le lotte politiche, sfociate nella guerra civile, il dirompente individualismo, il flusso inarrestabile del pensiero greco e i primi contatti col mondo orientale, il prorompere di forti personalità quali Mario, Silla, Pompeo e Cesare, capaci di imporsi come eroi carismatici ammantati di potenza divina, il rivolgimento del costume politico e morale” provocarono la fine del tradizionale equilibrio che sorreggeva la Repubblica.

Scrive poi Rizzotto a proposito del discorso di Rimini: “diciamo celeberrimo, ma in verità di esso non conosciamo alcunché, ed alcuni studiosi dubitano persino che sia stato effettivamente pronunciato”. E’ possibile che il discorso ai soldati sia avvenuto a Ravenna anziché a Rimini, ma lo storico Luciano Canfora sostiene invece che il discorso “dovette tenersi a Rimini anziché a Ravenna, per mettere i propri legionari oramai di fronte al fatto compiuto, ovvero la proditoria invasione della ‘terra Italia’”.

Rizzotto conclude così: “Probabilmente la verità sta nel mezzo. Cesare tenne due discorsi, uno a Ravenna, in prossimità del passaggio del Rubicone, l’altro a Rimini, nel foro, con il fine di rincuorare i propri uomini, colti forse da comprensibile turbamento all’inizio di una vera e propria guerra civile”.

E prova a ricostruire questo discorso, tenendo presente che Cesare: “1) dovette sottolineare le ingiustizie della ‘factio’, del ‘partito’ a lui avverso, tra cui la propria dignità calpestata; 2) riepilogò per sommi capi le gloriose imprese compiute da quella stessa armata in Gallia, rievocando il proprio ruolo di soldato fra i soldati, che aveva condiviso con essi pericoli e fatiche; 3) esortò a ristabilire la giustizia nella Repubblica, sovvertita da una ‘factio’ parassitaria e palesemente invidiosa”.

Rizzotto prova dunque immaginare di essere presente nel foro di Rimini, allorchè Cesare iniziò a parlare ai propri uomini, “cercando di imprimere loro quel coraggio e quella fiducia che già tante volte, in passato, era riuscito a trasmettere con successo”.

Per ricreare idealmente il discorso di Cesare, Rizzotto attinge ad autentici discorsi antichi, in primo luogo da Sallustio ed Ammiano Marcellino, nel cui testo inserisce l’unico frammento autentico dell’’oratio’ cesariana preservato da Svetonio (“[Cesare] fece un’adunata, e piangendo e strappandosi la veste sul petto invocò la fedeltà dei soldati”).
“I soldati al termine dell’arringa, esplosero in grida entusiaste, assicurandogli che avrebbero difeso l’onore del loro generale e vendicato i diritti calpestati dei tribuni della plebe”.

Rizzotto immagina così l’apertura del discorso di Cesare, riprendendolo da Sallustio: “Non è colpa mia, o soldati, se ancora una volta vi imploro. La violenza di una fazione di pochi individui mi costringe a farlo. Costoro sono in preda ad un’autentica febbre di distruzione nei miei confronti; nel loro animo non vi è più posto né per voi né per gli dei immortali; vogliono una cosa sola: il mio sangue ed il mio disonore”.

E conclude, traendolo da Svetonio, così: “Per questa ragione, unite i vostri sforzi ai miei, e prendete la difesa della Repubblica, e che nessuno si lasci cogliere dalla paura: io sarò al vostro fianco, sia in marcia che sul campo di battaglia”.

Paolo Zaghini

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