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Quel dialetto romagnolo così nuovo e così antico

Gianfranco Miro Gori: “Artai. Versi nel dialetto romagnolo di San Mauro Pascoli (1995-2014)” – Tosca.

Parafrasando il suo concittadino Giovanni Pascoli, nel famoso incipit della poesia “L’Aquilone”, nei versi di Miro Gori “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”. Intendendosi con questo il profondo, assoluto, legame che Miro ha con la Romagna, con la sua storia, con i suoi personaggi. Ma contemporaneamente la capacità di innovare letterariamente temi e situazioni, usando il dialetto romagnolo come strumento di espressione.

Gori in questo volume ha raccolto versi già precedentemente pubblicati in “Strafócc” (Chiamami Città, 1995), “Gnént” (Pazzini, 1998), “Cantèdi” (Mobydick, 2008), “E’ cino. La gran bòta. La s-ciuptèda” (Fara, 2014). Libri tutti esauriti da tempo, per cui Miro ha ritenuto giusto dare la possibilità, a chi lo volesse, di poterlo leggere in questa selezione di testi (“Artai” = Ritagli) che lui ha operato.

Le sue poesie, o meglio racconti, in dialetto sono quanto di più innovativo in questi ultimi decenni è stato prodotto dai numerosi poeti dialettali romagnoli. Testi premiati in numerosi concorsi in tutta la Romagna.

Eppure … per Miro il dialetto non è l’idioma “nativo”: come ammette del resto francamente nel primo testo di apertura del volume. Da “E’ dialèt” (in “Strafócc”): “I mi nón i pansèva / e i ciacarèva in dialèt. / La mi ma e e’ mi ba / i pénsa in dialèt, mó sa mè / i à sémpra zcòurs in itaglién. / E mè, ch’ò studié e’ dialèt te cafè, / pròima a ragiòun in itaglién, / pu a faz la traduziòun / cme sl’inglòis e e’franzòis. / Mó u i è ‘na masa d’difarénza: / sa quèli a chin pansè furistir, / sa quèst l’è sa spicém ti mi véc”. (Il dialetto. I miei nonni pensavano / e chiacchieravano in dialetto. / Mia mamma e mio babbo / pensano in dialetto, ma con me / hanno sempre parlato italiano. / E io, che ho studiato il dialetto nel caffè, / prima ragiono in italiano, / poi faccio la traduzione / come in inglese e francese. / Ma c’è molta differenza: / con quelle devo pensare straniero, / con questo basta che mi specchi nei miei vecchi”).

Miro sostiene da sempre che per lui il dialetto è strumento di narrazione. A dimostrazione di questo citerei le due lunghe cantate tratte da “Cantèdi”: “Cantèda de falói” (Canzone del fallito) e “Cantèda de bandói” (Canzone del bandito).

Nella prima viene raccontata la fatica di vivere: “A m’lasé murói, / sé o na?”. “Magna, bói e / va a fighi” (…) “’S’è l ch’e’ vó dói / falói? / è un verbo? / voce del verbo fallire … / falói / o è un aggettivo / o un sostantivo? / fallito, / falói” (Mi lasciate morire / si o no?. Mangia, bevi e / vai a donne (…) Cosa significa / falói? / è un verbo / voce del verbo fallire … / fallito, / o è un aggettivo / o un sostantivo? / fallito, / falói).

Nella seconda i briganti amici di Stefano Palloni, detto il Passatore, lo raccontano: “Punté la s-ciòpa e tiré / u n’è fadòiga. / Snudé e’ curtèl e instichèl, / t’è da savòi duò ta l’instéch. / Si prit, si padréun e si fatéur / a n’m’u n’so mai agristè. / Enca d’amazèi: / ch’u i dól ad pasè dlà, ad bandunè la bèla vóita: i lét binch, al tèvli ch’al vòunta, / al putèni ch’al bala datònda. / Mó curtèl e s-ciòpa / còntra i purèt / a n’gn’ò mai druv: / che ma lòu, s’ta i amaz, / ta i fé un piasòir” (Puntare lo schioppo e tirare / non è faticoso. / Snudare il coltello e conficcarlo, / devi sapere dove lo conficchi. / Coi preti, coi padroni e coi fattori / non mi sono mai trattenuto. / Anche dall’ammazzarli: / ché gli duole passare di là, / abbandonare la bella vita: / i letti bianchi, le tavole che traboccano, / le puttane che ballano attorno. / Ma coltello e doppietta / contro i poveri / non li ho mai adoperati: / ché a loro se li ammazzi, / gli fai un favore).

Ne “La gran bòta” (Il gran botto) Miro invece disegna la propria creazione del mondo: “Tót inquèl l’è vnu fura s’una gran bota. / U n’gn’era gnént. A n’simi invél: snò / ‘na spézi d’pòrbia ch’la bala, dinquà e dinlà. / E e’ silénzi l’era dimpartót e / E’ schéur l’era dimpartót: snò ch’la pòrbia / che la tarmèva e’ gran bal de gnént. / E pu ‘na gran bòta: e l’è vnu fura qualcósa” (Tutto quanto è scaturito con un gran botto. Non c’era nulla. Non eravamo da nessuna parte: solo / una specie di polvere che danza, di qua e di là. / E il silenzio era dappertutto e / il buio era dappertutto: solo quella polvere / che tremava il gran ballo del nulla. / Poi un gran botto ed è scaturito qualcosa).

Mentre in “In pi” (In piedi) descrive la dura legge del più forte: “La róda de mònd la à arciapè a zirè, / a cantè: zòirca da magnè e fa di fiul. / Questa l’era la vóita: crès un dè dòp / a cl’èlt, fè di fiul un dè dri ma cl’èlt. / E’ piò grós u s magnéva e’ piò znin” (La ruota del mondo ha ripreso a girare, / a cantare: cerca del cibo e riproduciti. / Questa era la vita: crescere un giorno dopo l’altro, / riprodursi un giorno dietro l’altro. / Il più grosso divorava il più piccolo).

Infine in “Al stóri” (Le storie) la felicità del piacere di raccontare: “Da la maravèia, da la pavéura l’è sgurgè / una masa ad stóri, óna diversa da cl’èlta, / óna piò bèla ad cl’èlta, e bóni par cròidi. / Còi ch’l’à guardè la bòta, còi ch’u s s’la è imazinéda, / còi ch’u la à insugnèda, còi ch’u la à invantèda, / ingranfè da la maraveja, rudgè / da fèna e sòida, turmantè da la pavéura, / l’à ‘véu e’ bsògn ad racutèla ma tót: / che la bòta l’è i rachéunt dla bòta: / tònda me fugh sota i óc dla Leuna / che ènca e’ fugh adès u n’mét piò pavéura. / La bòta la è vnuda fura dal stóri dla bòta” (Dalla meraviglia, dalla paura sono scaturite / molte storie, una diversa dall’altra, / una più bella dell’altra, e adatte a essere credute. / Chi ha guardato il botto, chi se l’è immaginato, / chi l’ha sognato, chi l’ha inventato, / ghermito dalla meraviglia, roso / da fame e sete, tormentato dalla paura, / ha sentito il bisogno di raccontarlo a tutti: / che il botto è i racconti del botto: / attorno al fuoco sotto gli occhi della Luna / che anche il fuoco adesso non fa più paura. / Il botto è scaturito dalle storie del botto).

Miro è passato dalla settima arte (di cui si è sempre occupato professionalmente come Direttore della Cineteca di Rimini) ad un’arte che non ha numero, la scrittura poetica dialettale. Il dialetto romagnolo è una lingua quasi morta, che in questi ultimi decenni è sopravvissuto quasi esclusivamente grazie alla poesia e al teatro. Fra coloro che hanno consentito questa sopravvivenza annovererei sicuramente Miro Gori. E consiglierei a tanti di leggere i suoi “artai”.

Paolo Zaghini

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