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“Terra ballerina”: Delucca racconta i terremoti di Rimini dal medioevo a oggi

Oreste Delucca: “I terremoti a Rimini dal Medioevo a oggi” – Pazzini.

The Big One (“quello grosso”) è il nome che gli americani hanno dato ad un possibile devastante terremoto in California. La questione è tornata in ballo in queste settimane viste le due notevoli scosse registratesi nello stato americano.

Oreste Delucca con questo agile libretto – come aveva già fatto in una serie di articoli per Chiamamicitta.it – ci racconta i nostri “Big One” ovvero la storia dei terremoti riminesi nel corso dei secoli: “Rimini appartiene alla placca africana e, pur non trovandosi nel perimetro di più acuta sismicità, è tuttavia partecipe di rischi concreti, come la sua storia peraltro ha dimostrato abbondantemente”.

Accanto a manifestazioni di intensità minore, vengono raccontati i terremoti devastanti del 1308, del 1672, del 1786, del 1875 e del 1916. Delucca, da grande “spulciatore” di carte d’archivio, fa parlare i testimoni che descrivono l’accaduto e registra l’evoluzione della mentalità corrente, che passa da un approccio di tipo superstizioso e clericale ad un approccio di tipo laico e scientifico.

Il terremoto del 25 gennaio 1308 è il primo di cui si hanno diverse testimonianze, anche se sono i pittori della scuola riminese del Trecento quelli che ci danno il maggior numero di dettagli attraverso la rappresentazione del terremoto di Efeso negli affreschi della chiesa di Sant’Agostino (nell’immagine di apertura).

Ma il terremoto più devastante fu quello del 14 aprile 1672 che distrusse la maggior parte del centro storico della Città (il Palazzo comunale, la Torre Civica, la cattedrale di Santa Colomba, numerose altre chiese, la maggior parte delle case) e devasta quasi tutto il territorio riminese. I morti certi non si hanno, ma una stima credibile ipotizza che siano stati oltre cento. Il terremoto del 1672 “è stato il primo grave flagello di cui abbiamo svariate notizie, consistenti in relazioni manoscritte e descrizioni a stampa; ed è stato anche l’ultimo cataclisma che i superstiti (religiosi e laici) hanno giudicato concordemente e senza alcun dubbio come un frutto della collera divina e una punizione dell’empietà umana”.

L’evento della notte di Natale del 1786 è così invece raccontato da Luigi Tonini: “All’improvviso traballare del suolo, al crollare delle fabbriche, allo strepito e al frastuono che ovunque si leva, si riscuotono le genti sepolte nel sonno e, cacciate dallo spavento, balzano dai letti e si riversano da ogni parte nelle piazze e in tutti i luoghi aperti. Fioccava lievemente la neve e andava coprendo il terreno. Soffiava gelato e impetuoso il vento di tramontana. Onde si può ben pensare quale fosse lo stato delle moltitudini che poco vestite e male in arnese esponeansi al rigore della stagione. Nonostante lo sbalordimento e il terrore, si accesero in varie parti quantità di fuochi per cacciare le tenebre e insieme difendersi dal freddo”.

I morti tuttavia non furono molti: 9 in Città e 18 nella diocesi. Oltre Rimini furono devastati numerosi altri territori limitrofi (Misano, Coriano, Serravalle a San Marino). Le due perizie sui danni, redatte dagli architetti Camillo Morigia e Giuseppe Valadier (conservate presso l’Archivio di Stato di Rimini), sono “documenti la cui importanza travalica il fatto contingente, ma forniscono materiali utili sia per conoscere la città del tardo Settecento, sia per gettare le basi di uno studio del suolo”.

E poi venne il terremoto della notte del 17 marzo 1875 che non fece vittime, ma creò molti danni. Scrive nel libro “Il terremoto di Rimini nella notte 17-18 marzo 1875” (Tipografia della Cappella, Urbino, 1878) Alessandro Serpieri: “Da per tutto si grida: Il terremoto! Lo scuotimento cresce e cresce a gran furia; il rumore è immenso, assordante. E quando , d’un tratto, al subito balenare di un lampo, le oscillazioni son rotte da violenti sussulti e spostamenti e contorsioni e precipitano nelle stanze i mobili, sui tetti i camini, nelle strade i tegoli e cornicioni dei palazzi e scrosciano e si aprono i muri e cadono travi, soffitti e pavimenti, oh Dio! L’angoscia, il terrore è al colmo; si urla, si piange, si prega, si fugge. Poche altre scosse e Rimini sarebbe stata un mucchio di rovine. Ma, grazie al cielo, quei primi furori di sussulti e rotazioni furono anche gli ultimi”.

A Rimini, dopo i gravi terremoti del 1672, 1786 e 1875, si era rafforzata la convinzione che la Città fosse destinata a subire un sisma all’incirca ogni cento anni. “Ma nel 1916 arrivò purtroppo una triste smentita, doppiamente funesta perché si veniva sommando ai disastri della guerra mondiale in corso”.

Nel pomeriggio del 17 maggio 1916 una prima scossa danneggiava gravemente oltre mille fabbricati; una seconda scossa nella notte del 16 giugno aggravò la situazione delle numerose costruzioni lesionate. Ma il disastro avvenne nella mattinata del 16 agosto 1916. “Il tributo umano fu di quattro morti e trenta feriti. I danni materiali risultarono davvero incalcolabili, un disastro immenso”. Il centro Città era semidistrutto, così come l’intera frazione di Riccione, la parrocchia di San Salvatore; duramente colpiti anche i Comuni di Cattolica, San Giovanni in Marignano, Morciano Monte Colombo, Coriano. “L’opera di ricostruzione fu veramente lunga e complessa in città: si dovettero alla fine demolire 615 fabbricati, puntellarne 229 (poi in gran parte rifatti), e ripararne 2.112”.

Infine un appunto: “fra i tanti danni provocati dal terremoto occorre anche registrare una conseguenza utile: i profondi squarci apertisi nell’abside della chiesa di S. Agostino permisero di scoprire – sotto gli intonaci caduti – quegli affreschi che sono tutt’ora la più ragguardevole testimonianza della scuola pittorica riminese del Trecento ed un vanto grandissimo per Rimini”.

L’ultima pagina del libro di Delucca porta il titolo di “Guardando il futuro”. “Osservava giustamente Emanuela Guidoboni, in premessa al catalogo della mostra organizzata nel 1986 in occasione di quell’infelice bicentenario, che ricordare un terremoto è come rammentare una sconfitta; e le sconfitte si rammentano per studiarne i rimedi” (“Il terremoto di Rimini e della costa romagnola: 25 dicembre 1786 : analisi e interpretazione” a cura di Emanuela Guidoboni, Graziano Ferrari, Bologna, SGA, Società di geofisica applicata, 1986). Dunque prendiamo atto, ed agiamo di conseguenza, che “la pericolosità sismica del Riminese non è affatto scarsa; i cittadini e le autorità devono esserne consapevoli; e a tutti compete il dovere di operare scelte idonee per la riduzione del rischio”.

Paolo Zaghini

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