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17 novembre 1228 – San Gaudenzo spodestato, San Giuliano patrono di Rimini

Il 17 novembre 1228 (o il 16, secondo Guidantonio Zanetti, se non il 18, stando a Luigi Tonini) Rimini e Città di Castello firmano solennemente un patto di alleanza.

Come scrive il Tonini, «Il Popolo di Urbino era vincolato da obbligazioni solennemente promesse tanto al Comune di Città di Castello quanto a quello di Rimini. Or questi dubitando per avventura della fede degli Urbinati, a meglio contenerli trovarono acconcio di stringer lega fra loro, celebrandola in Città di Castello». La cerimonia si svolge durante il Consiglio generale di Città di Castello; per i Tifernati firma il Sindaco Uberto Armanne, per i Riminesi il suo pari grado Gualterio Caldani.

Città di Castello: Porta S. Maria in una fotografia di fine ‘800

Patti di questo genere sono molto frequenti in quegli anni e Rimini è una delle città più attive nell’intessere rapporti diplomatici. Ma l’interesse maggiore di questo documento per noi è un altro e si trova proprio al suo incipit, che, come traduce Luigi Tonini «nel volgar nostro suona: “Ad onore di Dio e di Maria sempre Vergine, e del B. Giuliano Martire, e de’ BB. Florido e Amanzio Confessori, e degli altri Santi di Dio, e ad onore di Papa Gregorio e di Federico Imperatore”. Era adunque avvenuto che il nostro Comune avesse preso a Protettore celeste S.Giuliano, come Protettori di Città di Castello esser doveano i Santi Florido e Amanzio».

Città di Castello: il Palazzo del Podestà

Lo stesso aveva notato lo Zanetti, che scriveva nel secolo precedente a quello del Tonini: «Si vede menzione di S. Giuliano, come di unico Avvocato celeste del nostro Comune dopo Maria Santissima».

Denaro di Rimini con dedica a San Giuliano

E San Gaudenzo? E Santa Colomba, la co-patrona cui era intitolata la cattedrale? La formula del giuramento li ignora, come non nomina la co-patrona Santa Innocenza, unica autentica riminese fra i tutori della città.

San Giuliano

Evidentemente in quel 1228 si era compiuto un processo iniziato da tempo: l’affermarsi del potere del libero Comune in contrapposizione a quello del vescovo.

Moneta riminese con l'effige di S. Gaudenzo

Grosso Agontano riminese con l’effige di S. Gaudenzo (1250-1385)

San Giuliano infatti appare anche sulle monete battute dalla Zecca riminese, pur non spodestando del tutto San Gaudenzo come nel trattato tifernate. E continua ad apparirvi per almeno altri due secoli abbondanti, fino ai tempi di Sigismondo Malatesta.

Ed è lo stendardo di San Giuliano che viene issato sul Carroccio del Comune quando i Riminesi vanno in guerra.

Bolognino di Sigismondo con l’effige di San Giuliano

Ma perché cambiare patrono? Evidentemente il Comune aveva bisogno di uno strappo simbolico molto forte per affermare che la sua autorità era diventata superiore a quella del Vescovo.

Vescovo era anche Gaudenzo, mentre Giuliano era invece un laico, giovane cavaliere.

La malcelata avversione nei confronti del potere vescovile è espresso nella stessa “Storia di San Giuliano”, come la si può chiaramente leggere anche nella pala di Bittino da Faenza nella chiesa di San Giuliano.

Nella pala di San Giuliano (1409), si osserva il Vescovo entrare nella cattedrale di Santa Colomba, ma i buoi che trascinano l’arca del Santo si volgono indietro

Al momento di trasportare a Rimini l’arca del Santo martire approdata miracolosamente alla Sacramora, si verifica un altro prodigio: i buoi che la trascinano si rifiutano di proseguire verso la destinazione prevista, che era la cattedrale di Santa Colomba, cioè la “casa” del Vescovo.

Si arrestano invece al di qua del Ponte e le reliquie trvano asilo nell’abbazia benedettina dei SS. Pietro e Paolo, che da quel momento sarà dedicata a San Giuliano. E le grandi abbazie come quella si governavano da sole, del tutto autonome dalla Diocesi di appartenza.

Il corteo si dirige verso l’abbazia dei SS. Pietro e Paolo e i buoi che trascinano l’arca ora lo seguono

D’altra parte la Curia riminese e, in misura ancor maggiore, quella arcivescovile di Ravenna, erano le legittime proprietarie di gran parte dei beni fondiari e dei castelli della Diocesi e oltre. O meglio, lo erano state, perché proprio impossessandosi di quei beni, con le buone o con le cattive, si era venuta affermando la nuova autorità comunale. Un processo inziato da almeno un secolo se non prima e già sancito da Ferderico I Barbarossa nel 1157, quando l’imperatore aveva investito il Comune di Rimini di ogni diritto legale sul suo territori, concedendogli la facoltà di leggere autonomamente i propri magistrati e anche il diritto di battere moneta. Diritto in realtà esercitato a livello più che altro simbolico; ma anche sulle monete fece la sua comparsa un seminudo San Giuliano con la sua palma da martire invece di San Gaudenzo con mitria e pastorale vescovile.

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