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24 gennaio – “I re i fa la guera, i quajùn i j met la pela”

Il 24 gennaio la Chiesa cattolica commemora San Francesco di Sales (Thorens-Glières, 21 agosto 1567 – Lione, 28 dicembre 1622).  Francesco era il figlio primogenito del signore di Boisy, nobile di antica famiglia savoiarda; avviato alla carriera giuridica e laureato all’Università di Padova, scelse invece l’abito da sacerdote. Inviato nella regione del Chiablese, dominata dal Calvinismo, si dedicò soprattutto alla predicazione, prediligendo il metodo del dialogo: inventò i cosiddetti «manifesti», che permettevano di raggiungere anche i fedeli più lontani. Divenne poi vescovo di Ginevra, senza poter tuttavia risiedere nella città a prevalenza protestante. È stato proclamato santo nel 1665 da papa Alessandro VII ed è uno dei dottori della Chiesa. E’ considerato il padre dello spiritualismo moderno.

San Francesco di Sales

“Se sbaglio, voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà che per troppo rigore”: è una delle frasi che ha reso celebre il Santo savoiardo.

Per la sua intensa ed efficace attività pubblicistica, San Francesco di Sales è il patrono dei giornalisti, ma anche dei sordi e dell’intera regione Piemonte, dove il suo culto è particolarmente sentito. E non a caso il piemontese San Giovanni Bosco gli volle intitolare l’ordine da lui fondato nel 1859.

Ciò nonostante Gianni Quondamatteo segna alla data di oggi nel suo Luneri runagnol, Sen Franzesch Furastèr”, San Francesco Forestiero:  anche per distinguerlo dal San Francesco qui considerato di casa, quello di Assisi. D’altra parte la fiorente comunità salesiana, con la chiesa di S. Maria Ausiliatrice e l’oratorio dove sono cresciute generazioni di riminesi compreso il Beato Alberto Marvelli, hanno contribuito a rendere meno “forestiero” questo importante Santo.

Il pubblicista Sen Franzesch Furastèr aveva inventato un nuovo medium come il manifesto, ma si trattava di parola scritta. Ai suoi tempi e anche in quelli dei primi Salesiani, la maggior parte della gente era però analfabeta. Come circolavano allora le notizie? E i fatti della storia? Non restavano che i detti a voce, passati in rima per essere meglio ricordati e propagati.

Il cesenate Alberto Foschi raccolse nella Romagna di fine ‘800  una bella collezione di questi antenati degli spot e degli slogan, delle news e dei tweet. Molti risalgono evidentemente all’epoca napoleonica e da notizie dell’ultima ora erano passati in proverbio, tramandati da padre in figlio fino a formare la storia: quella favolosa e concisa, appassionata o rassegnata dei cantastorie, che il popolo si ripeteva davanti al focolare, nella vegia di una notte d’inverno. E forse perché, come si sa, la storia ama ripetersi, tanti di questi detti suonano stranamente attuali. Oltre che saggi.

“I re i fa la guera, i quajùn i j met la pela”, i re fanno la guerra, i minchioni ci rimettono la pelle. 

“E’ mond u n’è mai stè unì, l’è sempar ‘d du partì”, il mondo non è mai stato unito, è sempre stato di due partiti.

“E’ ben d’la libertè, u gne quatrèn ch’al possa paghè”, il bene della libertà, non ci son quattrini che lo possano pagare.

Ma al di là della massime generali, anche le novità del giorno arrivavano in rima:

“I Tudesch se j cmandarà, piò gnanc un’erma us purtarà”; “I tudesch se i po cmandè, piò gnanch un’erma us ha da purté”, se comanderanno i tedeschi non si potrà portare neppure un’arma: forse ci si riferiva ai fatti del 1800, quando gli Austriaci ripresero (temporaneamente) ai Francesi il controllo della Romagna, imponendovi appunto il  divieto del porto d’armi.

Una questione non da poco, in un’epoca e in luoghi in cui nessuno concepiva di andarsene disarmato, pur con tutte le precauzioni: “Agli èrum ta gli è da purtè, ma dal lit non in zarchè”, le armi le devi portare, ma delle liti non ne cercare. Tuttavia, “E’ curtél t’l’è da amè, parchè la vita ut po salvè”, il coltello devi amarlo perché ti può salvare la vita; “E’ curtèl l’è sicur, mo e’ po sbajè l’erma da fugh”, il coltello è sicuro mentre l’arma da fuoco può sbagliare.

“I Franzìs j èp giacuben, la religion i vo strozer ben”, i Francesi sono giacobini, la religione la vogliono strozzare per bene. “I Franzes j è putent, i fa tarmer tota la zent”, i Francesi sono potenti, fanno tremare tutte le genti. 

Dopo la disastrosa battaglia di Faenza del 1797, la residua reputazione dell’esercito pontificio – i detestati “cul zal”, culi gialli, dal colore dei pantaloni dell’uniforme – era andata letteralmente a farsi benedire. I Romagnoli prendono atto: “Di suldè de Pepa u i ni vo set a cavè n’urtìga, di suldè ‘d Napoleon, on sol e cheva un quarzon”, di soldati del Papa ce ne voglio sette per cogliere un’ortica, dei soldati di Napoleone ne basta uno a cavare un quercione.

Chi però non era di queste idee replicava: “I Giacuben j ha tanta imbizion, mo in fa paura anson”, i Giacobini hanno tanta ambizione ma non fanno paura a nessuno.

“I Tudesch dsì ch’ j è zucon, mo contra lò u ni va anson, e vo eltar Giacuben, av mitì la testa in sen, vo che vlì tanta libartè, a que a un vlen pruvè”, dite che i Tedeschi sono zucconi ma contro di loro non va nessuno, e voialtri Giacobini vi nascondete la testa in seno, voi che volete tanta libertà, qui non vi vogliono provare.

Di rimando, il liberale moderato: “E’ Tudesch l’è fort ben, mo in Italia u ni sta ben”, il Tedesco è ben forte, ma in Italia non ci sta bene; al che il radicale precisava: “E’  Tudesch l’è fort, mo in Italia e’ sta ben mort”, il Tedesco è forte ma in Italia sta bene morto.

“I Franzis j è dl’Italia, i Tudesch j è canaja”, i Francesi sono dell’Italia, i Tedeschi sono canaglia: ma qui siamo forse già al 1859.

Vignetta inglese del 1859 “Italia libera”: Napoleone III cerca di strappare la tiara papale all’Italia ma resta il macigno di Venezia austriaca

E gli Spagnoli? “E’ Spagnol l’ha d’a borgna quant che vol”, lo Spagnolo ha della boria quanta ne vuole.

Finisce come sappiamo, e il cantastorie per anni racconterà: “Napuleon in guera quand l’andè, de gran curagg us fasè, quan a Mosca che fo andè, da par lo us vus arvin”, Napoleone quando andò in guerra si fece del gran coraggio ma quando andò a Mosca si volle rovinare da solo. E lo sapevano bene i Romagnoli, in tanti arruolati nei reggimenti italiani della Grande Armée  e spediti nella catastrofica campagna del 1812 di Napoleone in Russia

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