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Barbie superstar e Tanya ancora in cerca d’autore


23 Luglio 2023 / Lia Celi

Era una Notte Rosa più rosa di quella celebrata a inizio mese quella che si è vista venerdì sera al multiplex delle Befane, dove si celebrava la prima di Barbie, attesissimo film di Greta Gerwig dedicato alla mini-pin up che ha allietato l’infanzia di milioni e milioni di bambine, me compresa. Non si contavano gli outfit a tema, in tutte le sfumature del rosa, naturalmente, sfoggiati non solo da ragazzine, ma anche da qualche signora più agée (per me è stata l’occasione di tirar fuori borsa e sandali “hot pink”, un abbinamento osabile solo per la première di un film su Barbie).

Non so quante teenager abbiano potuto davvero sognare con Barbie: quando le mie figlie erano piccole la bambola Mattel era già un giocattolo di retroguardia, quasi della categoria che oggi si chiama “educational”: la smagliante indossatrice diciottenne delle origini (così l’aveva pensata nel 1959 la sua inventrice, Ruth Handler) in sessant’anni si è cimentata in qualunque professione, dalla veterinaria alla presidente Usa, dall’olimpionica all’astronauta; dal 2000 in poi è diventata anche inclusiva, declinata in tutte le etnie e le corporature, e ha perfino abbracciato la disabilità e la malattia. Oggi è una specie di ambasciatrice dell’empowerment femminile, dell’autostima e della positività. Risultato, già le bambine di vent’anni fa la vedevano come una specie di secchiona insopportabile e preferivano orribili mostriciattoli con teste sproporzionate e occhioni da insetto, munite di tatuaggi, piercing e zatteroni/stivaloni stile lucciola del lungomare (che si sfilavano insieme ai piedini, lasciando la bambola mutilata, brrr), dai nomi che sembravano rumori maleducati: Bratz, Winx e imitazioni varie.

Invece per noi cresciute nei Settanta-Ottanta Barbie è stata più di un giocattolo, era quasi un lavoro. Ci ha trasformato in parrucchiere, sarte, arredatrici e artigiane della qualità – in molte ci fabbricavamo il mobilio in miniatura con le nostre mani, visti i costi proibitivi degli arredi originali, che solo poche privilegiate potevano permettersi, e che del resto erano erano più segni di status (della bambina, non di Barbie) che giocattoli funzionali: la piscina in proporzione era troppo piccola, la mitica casa con l’ascensore era tutta un trompe-l’oeil con una manciata di suppellettili. C’erano però cucine e camerette di sottomarche, magari legate a pseudo-Barbie come la Tanya prodotta dalla Ceppi-Ratti. Una bambola che, in quanto italianissima e omonima della rivoluzionaria partner di Che Guevara, in tempi di guerra fredda poteva essere anche vista come l’alternativa anti-americana a Barbie, anche se pure lei possedeva auto, cavalli e accessori vari, più a buon mercato ma sempre da star.

Disgraziatamente la compagna Tanya aveva una capoccia quadrata e un viso più arcigno, senza la delicatezza dei lineamenti della rivale Usa, per non parlare dei capelli, lunghi e biondi ma ispidi e poco acconciabili. Nessuna di noi l’avrebbe mai chiesta per Natale o per il compleanno. Ma d’estate, quando dalle grigie città padane scendevamo verso la Riviera lasciando a casa il nostro arsenale di bambole Mattel doc, la Tanya aveva il suo momento di gloria. Era la cosa più simile a Barbie reperibile nel bazar della spiaggia e per noi che eravamo in crisi d’astinenza era una specie di metadone, con la sua plastica scadente e il costume intero in tinta unita uguale a quello delle nostre mamme. Con qualche capriccio riuscivamo a farcene regalare una, e fino alla fine della vacanza la trattavamo da regina. Poi, tornate in città e ritrovate le nostre bellissime Barbie, Tanya sembrava improvvisamente orrenda e ci domandavamo come avevamo potuto essere tanto cieche. Così la povera reginetta della spiaggia si trovava all’improvviso relegata nei giochi a ruoli di cattiva o di cameriera. Chissà se qualche regista farà mai un film su Tanya, per regalarle una specie di riscossa. Magari al fianco di un finto Ken col la faccia di Che Guevara.

Lia Celi