Home___primopianoCapitan Giulietti, il romagnolo più famoso del primo Novecento dopo Mussolini

Riminese di Borgo Marina, potentissimo capo del sindacato dei marittimi, a Fiume con D'Annunzio e perseguitato dal fascismo


Capitan Giulietti, il romagnolo più famoso del primo Novecento dopo Mussolini


26 Giugno 2023 / Redazione

A 70 anni dalla scomparsa del sindacalista riminese la CGIL ha inserito la biografia dello storico leader dei marittimi nelle celebrazioni per i 120 anni della Camera del Lavoro. Il 20 giugno, presso la corte della Biblioteca Gambalunga, una tavola rotonda ha affrontato la complessa figura di Giuseppe Giulietti.

Dal Biennio rosso all’Autunno caldo: leggere la storia del ‘900 attraverso le biografie sindacali.
Quello delle biografie è uno dei filoni storiografici attraverso i quali la Camera del Lavoro sta promuovendo le iniziative legate alle celebrazioni per i 120 anni dalla sua fondazione avvenuta il 1 ottobre 1903. La prima di queste iniziative si è tenuta lo scorso 8 marzo ed ha consentito di far riemergere la straordinaria rilevanza della dirigente politica e sindacale Anna Pizzagalli grazie alla ricerca condotta da Gianluca Calbucci dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea (ISREC) della Provincia di Rimini, che collabora con CGIL nell’ambito del 120° della Camera del Lavoro.

Giuseppe Giulietti (21 maggio 1879 – 20 giugno 1953). La poliedrica figura del dirigente sindacale ai più noto come Capitan Giulietti è ricordata nella nostra città dal monumento a lui dedicato nel parco pubblico di Via Destra del Porto a Rimini: opera di Gaetano Scapecchi inaugurata il 4 febbraio 1962 che vide tra le orazioni celebrative quella dell’allora Sindaco Walter Ceccaroni.

La tavola rotonda dal titolo “Giuseppe Giulietti – Il sindacato dei marittimi, ieri e oggi” del 20 giugno ha visto la partecipazione, oltre a quella del ricercatore dell’ISREC di Rimini Gianluca Calbucci che ha ripercorso il profilo biografico del sindacalista, dello storico e condirettore di “Ariminum” Andrea Montemaggi, di Enrico Poggi della FILT CGIL di Genova per il rapporto che Giulietti da sempre ebbe con “la Superba” e della Segretaria Generale della Camera del Lavoro di Rimini Isabella Pavolucci.

20 giugno 2023. Rimini, corte interna Biblioteca Gambalunga. Incontro su “Giuseppe Giulietti – Il sindacato dei marittimi, ieri e oggi”. Al tavolo, da sin., Gianluca Calbucci, Isabella Pavolucci, Andrea Montemaggi, Enrico Poggi

La tavola rotonda, oltre al contesto storico dei lavoratori marittimi ed alla più stringente attualità, ha discusso della complessa esperienza politica e sindacale di Giulietti, conclusasi come Deputato tra le file del Partito Repubblicano e del suo rapporto con la CGIL di Giuseppe Di Vittorio.

Abbiamo chiesto per Chiamamicitta.it a Gianluca Calbucci e ad Andrea Montemaggi una sintesi dei loro interventi. Incominciano con quello di Calbucci e poi, nei prossimi giorni, quello di Montemaggi.

CAPITAN GIULIETTI

di Gianluca Calbucci

Giuseppe “Capitan” Giulietti è forse il riminese, e il secondo romagnolo, più potente e conosciuto della prima metà del novecento. La sua vita avventurosa attraversa i principali avvenimenti storico-politici italiani di questo periodo e le sue posizioni non sono sempre facilmente classificabili in rigidi schemi ideologici, filosofici o politici. Quello che è certo è che, Giulietti, ha sempre avuto come principale suo obiettivo quello di migliorare le condizioni di lavoro e di vita della sua amata “gente di mare” di cui lui ne faceva orgogliosamente parte e di cui si ergeva ad estremo difensore. Tutto l’universo “giuliettiano” è contenuto nelle sue due opere “I lavoratori del mare” e “Pax Mundi”. Il primo, pubblicato nel 1905, a 26 anni con lo pseudonimo Gilliat, ha per sottotitolo la “formula magica” che contraddistinguerà la sua futura filosofia d’azione: dal comandante al mozzo sindacalmente uniti come nelle tempeste. Il libretto è una sintesi della sua esperienza formativa di marinaio, di uno di quegli ultimi uomini di mare che hanno imparato cosa vuol dire navigare affidandosi al vento e ha vissuto il definitivo tramonto di quel mondo, romantico e crudele, e l’affermarsi del nuovo mondo della navigazione a vapore.

Giulietti infatti, nato a Rimini, a Borgo Marina, parrocchia di San Nicolò al Porto, il 21 marzo 1879, è secondogenito di una famiglia di pescatori di origine marchigiana. Dopo le elementari frequenta l’Istituto Nautico di Rimini “Gian Battista Ramusio”. Conseguito il diploma si imbarca come mozzo, navigando su grandi velieri ed anche su rotte transatlantiche. Si iscrive quindi alla Regia Scuola Navale di Genova dove conseguirà, nel maggio del 1903, il grado di Capitano di lungo corso. Alla fine dell’anno termina il suo periodo di leva e continua a prestare servizio ancora per qualche tempo all’Istituto Idrografico di Genova per poi tornare a navigare, questa volta però, sui piroscafi.

Capitan Giuseppe Giulietti (1879-1953)

Ingaggiato dalla compagnia “Ligure Brasiliana” come terzo ufficiale sul Minas, una nave passeggeri, gli bastarono pochi viaggi per essere promosso a secondo ufficiale e trasferito sul Rio Amazzonas, altro piroscafo che trasportava emigranti in Brasile. Proseguì quindi la carriera come primo ufficiale sull’Umberto I, in quel momento la migliore nave varata dai cantieri di Sestri dell’Ansaldo.

Per Giulietti il grado di Comandante era ormai a portata di mano e per di più su di una prestigiosa nave. Nel 1908 la società Ligure Brasiliana passò di mano ad un gruppo finanziario guidato dalla famiglia Parodi, allora anche alla guida della federazione armatori liberi italiani. Nel 1909 Giulietti venne inaspettatamente sbarcato dall’Umberto I e destinato con lo stesso grado su una carretta. Il provvedimento, aveva il significato di una punizione che mirava ad isolare l’esuberante ufficiale seminandolo per il mare in viaggi di molti mesi. Giulietti preferì lo sbarco. Perché successe?

Capitan Giulietti non era stato punito per una colpa specifica, ma era gravemente colpevole, agli occhi dell’armatore, di uno stato d’animo di profonda solidarietà coi suoi compagni di bordo, d’ogni grado e condizione. Tra un viaggio e l’altro frequentava uomini delle leghe operaie e nel 1906 partecipò allo sciopero che portò al fermo simultaneo, anche se Giulietti ne era tatticamente contrario, di tutti i piroscafi.

Ciò che aveva sintetizzato nel suo libretto, “I lavoratori del mare”, per gli armatori, costituiva una presa di posizione inaudita. Egli, durante le sue navigazioni, aveva passato in rassegna il comportamento di tutte le singole categorie di bordo: dal marinaio al mozzo, dal fuochista al carbonaio, dal cameriere al cuoco, dal barcaiolo al pescatore, dal nostromo al macchinista fino al capitano, descritte nelle loro fatiche e nelle loro speranze molto spesso deluse. Conteneva un programma d’azione e la formula valida e magica che avrebbe per molti anni stretto gli equipaggi in una solida compagine: dal comandante al mozzo sindacalmente uniti come nelle tempeste.

Per riuscire ad ottenere dei miglioramenti, per tutti, si sarebbe dovuti essere una forza, e una forza unica, ed allora la legge e la società ne avrebbero riconosciuto giustizia. Quando questo libretto giunse nelle mani dell’armatore Parodi, corredato probabilmente dai rapporti su Giulietti che faceva buttare a mare la minestra rancida pretendendo una nuova distribuzione di cibarie; che interveniva per far rispettare i turni; che ripetutamente indulgeva su errori commessi più per stanchezza che per ostilità e che dava il pessimo esempio di star troppo a contatto nelle ore franche con la bassa forza, la misura era stata, abbondantemente, superata.

Per Parodi Giulietti sul ponte era un marinaio che valeva, sbarcarlo poteva creare problemi, invece il trasferimento sopra una carretta lo isolava per mesi. L’armatore scommise sull’indole dell’uomo, sul suo amore per la navigazione e si persuase che si sarebbe rassegnato e il mare e il tempo avrebbero provveduto a ridimensionarlo. Giulietti invece rifiutò e non gli passò nemmeno in mente di passare dai sensali di Banchi per un altro imbarco: egli aveva già una casa in cui riparare e lanciarsi in nuove avventure. La Camera del Lavoro di Genova diverrà il trampolino di lancio della sua attività da sindacalista.

Riprende quindi in mano le tre leghe: degli ufficiali di coperta, di quelli di macchina e della bassa forza, diventate vuoti schemi organizzativi dopo la sconfitta degli scioperi del 1906. Capisce che la rinascita delle leghe deve avvenire nell’alveo della locale camera del lavoro e quindi della federazione. Avvia quindi una serie di appelli e di assemblee, si reca sui bordi per compiere opera di persuasione, per convincere i marittimi, soprattutto la bassa forza, di essere protagonisti e propagandisti della bontà della causa. L’oratoria non gli difetta, anzi, è proprio lui ad “inventare” quella nuova modalità comunicativa che D’Annunzio prima e Mussolini poi, faranno conoscere a tutti gli italiani.

Giulietti, fino al giorno prima, è stato un ufficiale sul punto di diventare comandante di un grosso transatlantico ma la distanza gerarchica non è un impedimento. Tutti i marinai gli riconoscono le qualità di un capo ma capiscono che ha le stesse speranze, le stesse rabbie che covano nella bassa prua.

Giulietti persegue una stretta sequenza di obiettivi: ridare vita alle leghe, fonderle in una federazione nazionale, farsene riconoscere capo, rinvigorire la volontà di lotta di quegli stessi equipaggi ai quali ha chiesto l’investitura. Nella sua azione Giulietti non coinvolge direttamente schemi ideologici e partiti tradizionali, è chiaro che sta dalla parte dei più deboli e per questo nella sua azione domina il concetto dello sforzo unitario contro ostacoli ben delimitati e per conquiste nitidamente indicate. Gli enunciati dei quali arma se stesso e le sue forze non richiedono sforzi d’intelletto per essere compresi: alla richiesta di ferrea unità, dal comandante al mozzo, seguirà la dura lotta e alla base spetterà il compito di cacciarlo, nel corso delle ricorrenti assemblee, se avrà sbagliato e avviato la gente del mare alla sconfitta.

Originale, controcorrente, indipendente, scomodo anche alla parte politica cui lui stesso guarda, Giulietti raggiunge l’obiettivo e il 5 agosto del 1910 la FILM rinasce e per oltre un decennio otterrà molte più vittorie, che sconfitte, lui e la gente di mare, attraverso la FILM, saranno protagonisti di avvenimenti storico-politici, nazionali e internazionali, di nuovi ed inediti esperimenti di gestione cooperativistica del lavoro. E sarà proprio nel secondo volume citato all’inizio, “Pax Mundi”, mediante la soluzione della questione sociale scaturente dalla storia delle precorritrici Federazione Marinara e Cooperativa Garibaldi, che Giulietti racconterà la sua vita integralmente dedicata al miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei marittimi.

Redatto sotto forma di memoria, Giulietti, con un’abile prosa, quasi romanzesca, ripercorre tutta la storia delle conquiste della FILM e soprattutto l’esperienza della Cooperativa Garibaldi, tentativo di riunire, con un sincretismo di principi mazziniani e di dottrina marxista, lavoratori e capitale.

4 febbraio 1962. Rimini, porto canale. Inaugurazione del monumento a Capitan Giulietti. Al microfono il Sindaco Walter Ceccaroni

Nel libro c’è il Giulietti delle mille lotte sindacali dalle quali emerge soprattutto la sua creatività nel condurre le battaglie rivendicative con nuove forme d’azione. Gli equipaggi non potevano ricorrere allo sciopero in alcun caso: non in navigazione perché il rifiuto d’obbedienza equivaleva ad un grave reato di ribellione; non nei porti perché nessuno degli uomini ingaggiati poteva tentare di ostacolare la partenza della nave. Giulietti sperimentò quindi un nuovo metodo di lotta al quale sarebbe poi ricorso parecchie volte. Il sistema era contemporaneamente semplice ed ingegnoso: il ricorso alla malattia. Qualche ora prima di salpare le ancore uno o più membri dell’equipaggio, per lo più fuochisti e carbonai, si mostravano colpiti da acuti dolori, risultavano febbricitanti e comunque incapaci delle normali prestazioni. Bisognava sbarcarli e sostituirli perché la capitaneria, specialmente per il personale di macchina, era rigida nel rifiutare le deroghe alle tabelle d’armamento. La sostituzione di un fuochista o di un carbonaio era stata sempre agevole: questa volta però, caso sorprendente non si trovava un solo uomo iscritto nelle matricole della gente di mare disposto ad imbarcare. Il fermo della nave era la conseguenza diretta di quella incompletezza dei quadri e la capitaneria, che in caso del rifiuto del marittimo a dare la sua opera avrebbe perseguito l’inadempiente d’ufficio, codice della marina alla mano, ora si trovava paradossalmente impegnata a rendere legale quel fermo come, per l’appunto, era nei propositi della federazione marinara.

Per capire a che punto era arrivata la forza della FILM e di Giulietti con il suo sistema di lotta è la sintesi che Valentino Coda, segretario degli armatori liberi, fa sul Corriere Mercantile alla fine della trattativa più lunga che si era snodata dal marzo del 1914 al maggio del 1915: “quando i nostri lettori sapranno che lo stipendio dei comandanti è portato a 1.000 lire, oltre agli accessori, quello dei marinai a 115, che la quota di contributo per la cassa invalidi è interamente a carico della nave, che le società sono obbligate a mantenere in riserva, per quasi tutti i gradi, il 5% in più del personale navigante, che le infermità non dipendenti da servizio danno diritto ad un’aspettativa, con stipendio, per 14 mesi (solo per gli ufficiali); che sono obbligatori i congedi annuali, sostituibili col pagamento di altrettante giornate di stipendio; che è istituito il lavoro straordinario in navigazione e a bordo, che tutte le promozioni come i licenziamenti e le pene disciplinari sono soggette alla revisione di una commissione arbitrale non si faranno ancora una idea del paese di cuccagna che la Federazione della Gente di Mare ha dischiuso ai suoi fedelissimi adepti”.

Ma nel libro c’è anche il Giulietti fervente interventista durante la Prima Guerra mondiale e che si rivelerà anche una preziosa risorsa per lo Stato e che grazie alla sua collaborazione riuscirà ad ottenere importanti riconoscimenti legislativi per i marittimi. Infatti, Giulietti, dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, si arruolò volontario, come ufficiale di complemento, nella marina.

Nell’aprile 1917 il governo lo richiamò a Roma per effettuare il cosiddetto “disboscamento”. Gli armatori avevano iniziato una resistenza passiva alla decisione del governo che requisiva le navi, applicando ad esse una tariffa fissa, indipendentemente dall’altissimo costo dei noli. Dato che l’affitto governativo si riscuoteva tanto se le navi stavano ferme in cantiere tanto se navigavano, gli armatori provocavano lunghe e lente riparazioni, spesso non necessarie, e avevano bisogno per far ciò della collaborazione degli equipaggi. Giulietti forte dell’enorme controllo che esercitava sulla gente di mare, riuscì a debellare il fenomeno ottenendo credito ed entrature a livello politico che di lì a poco riuscì a capitalizzare nelle varie trattative verso l’armamento sovvenzionato. Inoltre ottenne anche provvedimenti utili ai marittimi durante la guerra come l’adozione di misure di difesa, cannoni e impianti radiotelegrafici, a bordo dei mercantili e il riconoscimento ai marittimi dello status di combattenti.

Successivamente, entrato a far parte della commissione per i problemi del dopoguerra, riuscì ad inserire un codicillo sui trattati per il risarcimento dei danni di guerra, che prevedeva che la gestione delle navi di preda bellica fosse resa possibile anche direttamente dalla gente di mare organizzata in cooperativa. Fu un vero colpo di genio poiché grazie a questo provvedimento, abbinato alla richiesta che la quota sindacale di adesione alla FILM, pari al 2% della paga dei marittimi e una ulteriore quota del 3% dell’indennità di carovita, destinata alla formazione del capitale sociale della cooperativa Garibaldi, venisse direttamente versata, in nome e per conto dei lavoratori, dagli armatori. Ciò garantiva un sicuro afflusso di denaro sia alla FILM che alla Cooperativa Garibaldi che si vedeva finanziata proprio da coloro che, in teoria, sarebbero stati i concorrenti.

Poi c’è il Giulietti sostenitore delle gesta dannunziane di Fiume che il sindacalista considerava, al pari di quelle di Lenin in Russia, come tentativo rivoluzionario. Da qui l’appoggio della FILM che da un lato si concretizzò in parecchie azioni di “piratamento” di mercantili per portare armi e rifornimenti a D’Annunzio e dall’altro, con la proposta di azione politica che sarebbe stata originata da una marcia su Roma pre mussoliniana che, naturalmente non si concretizzò.

Poi, ancora, c’è il Giulietti “nella bufera fascista” che vede la FILM combattere per l’indipendenza dalle corporazioni sindacali fasciste e chiamare in suo aiuto lo stesso D’Annunzio come mediatore con il nascente regime di Mussolini che però, agli occhi dei suo critici, questi tentativi di sopravvivenza vennero interpretati come collaborazionismo.

Nella realtà dei fatti Giulietti subì personalmente diversi attentati squadristi e il regime riuscì ad estrometterlo dalla guida della FILM coinvolgendolo in un ingiusto processo per la presunta distrazioni di fondi del sindacato. Processo dal quale pur uscendone assolto diede adito al suo confino, prima in Sardegna e poi a Roma, fino al termine della seconda guerra mondiale.

Infine c’è il Giulietti che, per acclamazione, ritorna a ricostituire la FILM nella parte dell’Italia liberata già a partire dal 1944 e il Giulietti politico che eletto nelle file del Partito Repubblicano, come indipendente, dal 1948 sino alla morte, il 20 giugno 1953 tornerà a portare le istanze marinare nelle aule della politica nazionale come già aveva fatto dal 1919 al 1921.

La statua di Capitan Giulietti sul porto canale