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E Frisoni in Valconca ha fatto un capolavoro in immagini e poesia

Giancarlo Frisoni: “Memorie. Volti e voci della mia gente” – Edizioni ARTinGENIO.

Recensisco libri ormai da tanto tempo che non ricordo più neanche quando ho iniziato. E dunque so benissimo oggi, in anticipo, quale potranno essere le reazioni dei lettori di fronte ad eventuali giudizi critici che, in piena libertà, penso di potermi permettere. Ne rispondo io. Questo piccolo preambolo per rispondere ad alcuni amici che hanno trovato troppo “cattivo” la recensione che ho fatto lunedì scorso sul libretto della Pro Loco di San Clemente. Definire “deludente” un lavoro è una valutazione soggettiva mia, su un libro da cui mi aspettavo molto di più. Questo non implica alcun giudizio di merito sull’attività della Pro Loco, soprattutto sui meravigliosi volontari che animano tutte le attività dell’Associazione. Dunque buon lavoro a loro e che questi primi 50 anni di attività della Pro Loco di San Clemente siano solo i primi.

Con la stessa libertà, e lo faccio raramente quello di usare aggettivi altisonanti, invece dico che il libro che segnalo questa settimana è un volume straordinario, uno dei più belli che abbia avuto fra le mani in questi ultimi anni. E’ difficile raccontare un libro fotografico con le parole. Bisognerebbe essere un poeta, e io non lo sono certamente. Ma il volume che Giancarlo Frisoni ha edito è qualcosa di unico per la bellezza delle fotografie (e l’accuratezza della stampa) in bianco e nero, per la ricerca antropologica compiuta fra gli ultra ottantenni della Vallata del Conca, per i testi poetici in dialetto dell’Autore e per le frasi raccolte (squarci di vita di un’altra epoca) in occasione dello scatto delle foto agli anziani.

Il lavoro di Frisoni, sostenuto dall’Amministrazione Comunale di Montescudo-Monte Colombo, è durato oltre due anni. Ha fotografato ed intervistato un centinaio di anziani, nati fra il 1915 e il 1930. Nel libro oltre duecento immagini di volti e di mani di questi anziani, con un impatto dirompente su chi sfoglia il lavoro.

Scrivono gli amministratori: “I protagonisti di questo ‘album’ sono i volti di uomini e donne, appartenenti alla terza e quarta età, sorpresi in maniera naturale nella loro ordinarietà; sono le mani che hanno conosciuto la durezza del lavoro; è la quotidianità nelle case e nei campi in cui questi si riversano. Sono la testimonianza preziosa di abitudini e sentimenti, spazi e memorie che sono antichi e che continuano a resistere”.

Frisoni fotografa il territorio della Vallata e i suoi abitanti da tanti anni. Scrive Livio Senigalliesi nella Prefazione: “Gli scatti di Giancarlo sono frutto di un decennale lavoro svolto su un territorio ancora denso di tradizioni e questo impegno traspare nell’incisività dei volti, dalle espressioni semplici ed al tempo stesso carichi di tenacia e di dolcezza”.

E ancora Francesco Corsi: “La poesia racconta di mondi, quei mondi impressi sugli antichi volti che Giancarlo Frisoni coglie nell’attimo che li sottrae al tempo. E allora, come nel tempo ma fuori dal tempo, vive il racconto senza parole”. “

Frisoni è poeta prima che artista, Frisoni è contadino prima che poeta, Frisoni è l’uomo semplice che sa raccontare il complesso fenomeno umano che attraversa i secoli. E in quei volti affranti, stanchi, logori, si cela un sacrificio che sembra folle poesia”. Sul suo sito internet www.giancarlofrisoni.it e sul suo profilo face book tantissime, splendide, foto di vita contadina nella Vallata.

Giancarlo Frisoni, nato a Valliano nel 1958, oggi residente a San Marino è un artista eclettico: pittore, scrittore, poeta, fotografo, ricercatore. Dal 1983 al 2009 ha collaborato con Gino Valeriani nel gruppo per la ricerca storica della documentazione orale nei comuni di Montescudo e Monte Colombo ed edito con lui una ventina di volumi. Nel 2010, per i tipi di AIEP, ha pubblicato il romanzo “La bambola del tempo perduto” e nel 2013 il romanzo “Storie di Avagliano” (Gruppo Albatros Roma). Nel 2012 aveva pubblicato il libro fotografico “Solo chi è stato sa chi è” (AIEP). Nel 2015 e nel 2017 suoi quadri sono stati esposti alla 56.a e 57.a mostra internazionale d’arte di Venezia.

Ha detto Frisoni a proposito del libro: “E’ un libro che entra dentro le vite, dentro i volti, le rughe e le esistenze di una intera generazione, una generazione dove affondano ancora le nostre radici e che voce più non ha perché ce ne stiamo dimenticando (…) Gente che ha vissuto i periodi più bui del secolo scorso, che ha visto guerre, morte, distruzione, dolore, fame, miseria, umiliazioni. Gente che con volontà e dignità si è ricostruita le case, le vite, i paesi, l’Italia intera! E ha lottato per i propri diritti”.

“ … parchè senza memoria / a sém gnint! / Un gni pu èsa ogg / e gnenca dmén / se un si fa i cunt sa ìr!” (.. perché senza memoria / siamo niente! / Non può esserci oggi / e nemmeno domani / senza fare i conti col passato!).

Il mondo contadino, come parte integrante della quotidianità, è improvvisamente scomparso dalla vita della stragrande maggioranza delle persone nel giro di pochi anni. Un’intera cultura millenaria si è disciolta come neve al sole. Ed ecco alcune delle vivide frasi tratte dalle conversazioni con gli anziani:

“I padroni venivano solo a divider e il grano, il furmentone, i fagioli, il vino, la legna, il maiale e tutto il resto, ma a lavorare eravamo solo noi”;

“Sono andata a scuola fino a otto anni perché era a cinque chilometri e dovevo lavorare nei campi, poi alle femmine dicevano che non serviva!”;

“Noi non sapevamo niente di quello che succedeva al di fuori del paese perché non c’erano né radio né televisione né giornali. E neanche la luce elettrica!”;

“Quando mia madre riusciva a fare la piada, per paura che il giorno dopo non ci fosse, la nascondevo nel pagliericcio o dentro le tasche, ma nelle tasche mi si sbriciolava tutta!”;

“Una che aveva lavorato molto in città una volta disse al prete che le donne erano libere di leggere, fumare, di portare i pantaloni, di mettersi la cipria e il rossetto senza essere per questo delle poco di buono. E lu l’è scap da è cunfesìunél cumé se l’avésa zcors se diavle!”;

“I cittadini non hanno mai dato niente alla campagna, è sempre stata la campagna a sfamare la città! Nun a sermie pela e ose, lor j’è era grass técc!”.

Oltre ai volti straordinari, di uomini e donne, Frisoni scatta decine di immagini alle mani: “mani ossute che sembrano scolpite nel legno”.

“Meni ad ciel / cal ad vanga, ancora / a santì la viva cadena / la panòcia ròza / e è burdél tl’aqua / me chéld ad stala / che fiéda ados / e uv cend d’amor, / ad careze e merende dolce / ma fiùl abandunéd mi giugh / ma grén stìl ad ruserie nud / da fiurì lenta la vita.
(Mani di cielo / calli di vanga, ancora / sentite la viva catena / la rozza pannocchia / e il corpo fanciullo nell’acqua / al caldo fiato di stalla / che alita addosso / e v’accende d’agreste amore, / di carezze e dolci merende / a figli abbandonati al gioco, / a sottili grani di spogli rosari / da fiorire lenta la vita).

Di queste mani straordinarie riproduciamo alcune foto tratte dal libro di Frisoni:

Paolo Zaghini

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