Home > Il corsivo > MA È L’ANPI O BRUNETTA?

MA È L’ANPI O BRUNETTA?

 

Alcuni giorni fa, aperta una lettera ancor prima di infilarmi gli occhiali, ho subito capito dai suoi caratteri cubitali e dall’abbondanza di maiuscole che si trattava di una caotica impaginazione di anatemi gridati contro «la deformazione della Costituzione operata dalla legge Renzi-Boschi». Fuorviato dal tono stizzito e dalla grossolanità degli slogan, lì per lì mi son detto: “Vedi mo’ che mi ha scritto Brunetta?!”. Ma una volta inforcati gli occhiali e girato il foglio, ho invece scoperto trattarsi del “lato b” di una missiva dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani di Rimini, il cui “lato a” conteneva l’invito all’assemblea e al successivo pranzo sociale.
Ovviamente già sapevo degli atteggiamenti e dei toni “staliniani” con cui si sta caratterizzando la dirigenza dell’ANPI relativamente al prossimo Referendum sulla riforma costituzionale, ma esserne diventato il diretto destinatario epistolare è altra cosa dall’averlo soltanto letto sui giornali. Per questo, dopo alcuni giorni di sofferta riflessione, ho comunicato alla presidenza dell’ANPI la revoca della mia iscrizione.
Pur essendo convinto di votare SÌ al Referendum, non mi sogno certo di chiedere che sia questa la posizione ufficiale dell’ANPI. Mi sembrerebbe invece naturale, legittimo, corretto e sensato, riconoscere come “un fatto di democrazia” l’esistenza e la legittimità all’interno dell’Associazione – perché così è! – di una pluralità di posizioni e di una varietà di sfumature sull’argomento, favorendone un confronto civile e di merito. Al contrario, si è scelta la logica burocratica di una pregiudiziale demonizzazione del dissenso rispetto al “verbo” dei vertici. Con il bel risultato – piaccia o no a qualcuno sentirselo dire!!!! – di avere spinto questa gloriosa associazione verso una feconda sinergia di posizioni, strategie, parole d’ordine e toni, con la destra più retriva (neofascisti compresi), con il leghismo xenofobo, con la beceraggine grillina.
Iscrivermi all’ANPI aveva significato per me quasi un “passaggio di testimone” dopo la morte di mio padre, che il 25 aprile era l’unico giorno dell’anno in cui lo vedevi indossare la giacca, la camicia bianca e qualche volta perfino la cravatta, quasi a voler onorare quel suo fazzoletto tricolore al collo, che a manifestazione conclusa tornava poi a riporre e a custodire come una reliquia. Mi ci ero iscritto nonostante le perplessità dovute al fatto che l’Anpi, di fronte all’inevitabile prospettiva del venir meno degli ultimi partigiani ancora viventi, anziché affidare la “continuità di memoria” alla sua trasformazione in fondazione, o alla confluenza negli Istituti per la Storia della Resistenza, aveva optato per la possibilità che, di lì in avanti, potessero entrare a farne parte e ad assumervi cariche dirigenziali tutti coloro che semplicemente si fossero dichiarati antifascisti. Un cambio di “ragione sociale” alquanto discutibile e “rischioso”, poiché essere stati partigiani durante la Resistenza non è esattamente la stessa cosa che autodefinirsi antifascisti oggi.
Infatti questo è sì un titolo di cui amano fregiarsi, a giusta ragione, tanti sinceri democratici, poco importa se di tendenza politicamente “moderata” o più radicale; ma il titolo di “antifascista” è non di rado usurpato pure da figuri per i quali la cultura e la pratica “squadrista” sembrano essere il loro credo: basti pensare alla folta ala delinquenziale dei No-Tav; ai fighetti finto-proletari dei cosiddetti “centri sociali”, che anche a Rimini si danno periodico appuntamento con i neo-fascisti di Forza Nuova per fare a legnate; ai cretini che nella doppia veste di “ultras” e di “antagonisti” deturpano i monumenti con scritte che inneggiano indifferentemente alla violenza politica o a quella sportiva. Molti di costoro, in non poche parti d’Italia (Rimini compresa), sono purtroppo “coccolati” dall’ANPI, quando non addirittura ben accolti al suo interno.
E pensare che se qualcuno di loro si fosse a suo tempo davvero imbattuto in un partigiano, bene che gli fosse andata sarebbe scappato a gambe levate. Così come se fosse stato visto gironzolare nei pressi di una sede del PCI all’epoca in cui ne erano prestigiosi dirigenti Smuraglia e Guerzoni – gli odierni Presidente e Vicepresidente dell’ANPI nazionale – loro due per primi non avrebbero esitato ad allertare i mitici “compagni della vigilanza”.

Nando Piccari

Scroll Up