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Era il mio gatto, non la mucca di Bersani

Mi ero accinto più volte a iniziare questo corsivo, ma ho sempre dovuto desistere perché sentivo ben presto la pressione salirmi oltre il livello di guardia e avvertivo un tono eccessivamente concitato in quanto stavo iniziando a scrivere. La causa era il “combinato disposto” tra la dolorosa incredulità per l’esito delle presidenziali USA e “l’incazzatura” provocata dall’insopportabile “sciacallaggio referendario” di chi, pur targato PD, s’è intruppato nell’accozzaglia del No (io posso permettermi di chiamarla così). Ora ci riprovo e…quel che viene viene.

Non essendo nato ieri, mi è comprensibile che l’opposizione cavalchi il no a prescindere da ogni valutazione di merito sulla riforma costituzionale sottoposta a referendum: come fanno tanti “moderati di centrodestra”, che pure hanno contribuito a scriverla; o molti grullini che non ne hanno letto nemmeno una riga, perché tanto a decidere cosa debbano pensarne provvedono, come sempre, padron Grillo, Casaleggio figlio e servitor Travaglio; o come Salvini, che invece l’ha letta più volte, risultandogli ben oltre la portata del suo quoziente intellettivo.

Convinto come sono che in questa materia non esista “la soluzione perfetta”, ma solo una gamma di scelte a vario grado di relatività, ho rispetto per quell’esigua minoranza di fautori del no unicamente mossi da valutazioni di merito.

La cosa che mi fa “andar via di testa” è invece un’altra. Piaccia o no, se non ci si vuol raccontare le favole come Fassina, Civati ed i post-vendoliani, bisogna riconoscere che al momento la sinistra dispone di una sola “casa politica vera”, alla quale l’armata del no sta portando un furibondo assalto. Ecco, cadono le braccia (e fermiamoci qui…) nel constatare come in quella casa vi sia qualcuno che sta dando una mano agli assalitori, rivendicando per di più il suo diritto a farlo.

Di D’Alema non mi stupisco, perché invecchiando si peggiora tutti; cosicché quell’innata venatura di perfidia gli si è di molto inspessita col passar del tempo, al punto che la sua indiscussa intelligenza non è più in grado di fargliela contenere entro i limiti della decenza.

Mi addolora invece Bersani, il quale finge di non sapere che quell’assalto, qualora riuscisse, aprirebbe le porte ad un Trump in salsa italiana: una sorta di Giano Bifronte, con la faccia incocalita di Salvini da una parte e quella ghignosa di Grillo dall’altra. Per non parlare dello strazio nel vedere una vera e propria oscenità: l’ANPI ed i fascisti di Forza Nuova – vedi foto – che a Latina manifestano per il No nella stessa piazza, con i rispettivi vessilli a pochi metri l’uno dall’altro.

Riguardo all’elezione di quel pallone gonfiato di Trump, una folla di commentatori sta in questi giorni sfornando un’infinita varietà di analisi e commenti, taluni pertinenti e ponderati, altri all’insegna del famoso “io non l’ho detto, però l’avevo previsto”. Non pretendo certo di unirmi al coro di tanto dotta “politologia del giorno dopo”, mi limito soltanto ad avanzare un sommesso interrogativo: alla luce di quanto sta ormai succedendo in troppe parti del mondo, non è forse arrivato il momento di accompagnare il termine “populismo” con l’aggettivo “coglioneggiante”?

Prendiamo ad esempio due categorie – una sociale, l’altra politica – il cui voto “contro-natura” ha in vario modo determinato il successo di quell’orripilante figuro in America. Si è ricorsi a fiumi di parole per spiegare come gli effetti della globalizzazione – in primis la “comoda fuga” (detta delocalizzazione) di tanti colossi industriali verso India e Cina – abbiano generato una “rabbia operaia anti-Obama”, determinante per l’inaspettata vittoria di Trump soprattutto in Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin, stati tradizionalmente democratici. Ma come definire la dabbenaggine di quei neo-elettori repubblicani che ora, in patetica attesa che l’orrido miliardario dia seguito alla bufala di voler far tornare a casa quelle industrie, avranno in compenso l’assoluta certezza di vedersi da lui scippare l’assistenza sanitaria che Obama era riuscito a strappare coi denti alla protervia repubblicana?

Venendo a un’altra congrega di coglioncioni, abbiamo letto che i Verdi americani, al pari di chiunque altro abbia a cuore il futuro della Terra, stanno lanciando grida d’allarme per la dichiarata intenzione di Trump di stracciare gli impegni ed i provvedimenti assunti da Obama in materia ambientale, a cominciare dal trattato di Parigi sul clima. I Verdi USA però, al contrario di chiunque altro nel modo, non hanno alcun titolo per lamentarsene, poiché le loro sono lacrime di coccodrillo, avendo essi svolto un ruolo determinante nel regalare a tutti noi questa drammatica minaccia. Hanno infatti deciso di non sostenere la Clinton perché “troppo legata alla crème della società americana”, presentando invece una loro candidata, tale Jill Stein che ha raccolto l’1% dei voti, il che le ha solo conferito l’immagine di presuntuosa “oca giuliva”; quando invece, se uniti ai voti di Hillary, sarebbero stati sufficienti a tenere Trump lontano dalla Casa Bianca.

Concludo riprendendo a scrivere dopo un attimo di interruzione per verificare cosa fossero certi colpi alla porta della mia stanza. Era il mio gatto che voleva entrare e non, come temevo, «la mucca che sta bussando nel corridoio» secondo l’ultima delle criptiche “metafore zootecniche” coniate da Bersani, questa volta a commento della elezione di Trump.

Nell’occasione egli si è anche detto sicuro che i Democratici avrebbero vinto se solo avessero candidato Sanders anziché Hillary.
Diavolo di un Pierluigi, non poteva dirlo prima?

Nando Piccari

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