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Sono sempre di più le voci che mettono in guardia dall’eccessiva fiducia nell'intelligenza artificiale

“Diagnosi complesse ed esami più brevi: l’intelligenza artificiale cambia la sanità in Romagna”: così titolava ieri un giornale locale. Più in basso riportava un dato scoraggiante: per una visita “urgente” nella sanità pubblica l’attesa può essere di 490 giorni. Problema e soluzione nella stessa pagina, insomma: ai ritardi e alle file che affliggono gli utenti del sistema sanitario nazionale non si risponde con maggiori investimenti e assunzione di nuovo personale, ma con l’IA, che permette di mandare a casa anche parte dei sanitari superstiti, tenendone il minimo indispensabile per controllare i referti dell’algoritmo e prendersi la responsabilità della diagnosi. La stessa tecnologia che sta impigrendo i nostri cervelli facendo al posto loro anche il minimo sforzo di una ricerca su Google, salverà i nostri corpi sofferenti scavalcando disguidi, burocrazia e deficit di aziende sanitarie. Fantastico, no? Fantastico, esatto, ma in senso letterale: è una costruzione della fantasia. Sono sempre di più le voci che mettono in guardia dall’eccessiva fiducia nell’IA, che grazie a un’accorta strategia pubblicitaria, nella quale rientrano, consapevolmente o no, anche titoli di giornale come quello citato, sta diventando fede, ossia “credenza piena che si poggia più sull’autorità altrui che su prove positive”. A dubitare delle magnifiche sorti e progressive

Il titolare della Difesa "sorpreso" a Dubai a recuperare moglie e figli

Mestieri imbarazzanti: la scorta del ministro Crosetto. Se ci facessero un documentario su RealTv, non me lo perderei per niente al mondo, certa di trovare un cocktail di brividi e risate. Perfino nei giorni drammatici dello scoppio della guerra Israele-Usa-Iran, l’unico momento di buonumore è stato la farsa del viaggio in semi-incognito a Dubai del nostro ministro della Difesa. Come ricorderete (e se vi è sfuggito, il consiglio è ripescare la storia sul web per godervi una trama comico-spionistica degna di Le spie vengono dal semifreddo con Franco e Ciccio), sabato 28 febbraio, mentre i bombardamenti sull’Iran rubavano attenzione a quello che doveva essere l’evento più importante della giornata, la finale di Sanremo, dal Medio Oriente arrivava una drammatica indiscrezione: a Dubai, minacciata dai missili di Teheran, non c’erano solo turisti del lusso, evasori fiscali, latitanti e influencer assortiti. C’era anche Guido Crosetto. Confesso di aver pensato, lì per lì: finalmente un ministro della Difesa italiano che quando scoppia una guerra non si trova al sicuro dietro una scrivania ma è praticamente in zona di operazioni, cavoli, che coraggio, che sprezzo del pericolo! Entusiasmo subito spento dalla notizia che Crosetto era lì per recuperare moglie e figli, in vacanza da giorni nell’emirato

Meglio guardarsi attorno piuttosto che rimanere incollati al display: il deragliamento del tram a Milano sia d'insegnamento

Uno dei motivi per cui siamo così attratti dalla cronaca nera, e in particolare dai resoconti degli incidenti, risiede in un istinto atavico che forse ci ha salvato dall’estinzione. Siamo una specie che impara dall’esperienza, e quando non può trarre lezioni dalla propria lo fa da quella altrui, vicina o lontana – e si dice che proprio il bisogno di attingere da esperienze lontane nel tempo e nello spazio abbia favorito la nascita della letteratura, prima orale e poi scritta. Ovviamente, una delle lezioni più utili che traiamo dalle storie di altre persone è come salvarci la pelle – ad esempio, evitando i comportamenti per cui altri ce l’hanno rimessa e tenendo a mente quelli di chi è riuscito a salvarsela. Come Tommaso Pellizzari, giornalista del Corriere della Sera, che venerdì pomeriggio si trovava sull’esatta traiettoria del tram deragliato a Milano in zona corso Buenos Aires, e ha raccontato gli attimi che per lui hanno fatto la differenza fra la vita e la morte.  Pellizzari stava tornando a casa attraverso un percorso diverso dal solito, con l’intenzione di fare un salto in una certa libreria. Aveva abbassato lo sguardo sul cellulare alla ricerca di un podcast con cui riempire quei dieci minuti

Scandalo Epstein - Il cadetto dei Windsor ha sepolto per sempre il mito della Royal Family

“Ho visto un re che piangeva seduto sulla sella, piangeva a calde lacrime, ma tante che - bagnava anche il cavallo. Povero re”, cantava Jannacci, prima di aggiungere “e povero anche il cavallo”. Se a re Carlo d’Inghilterra in questi giorni capita di fare equitazione, il suo cavallo dev’essere zuppo: non sono bei momenti per il sovrano inglese, dopo che tre giorni fa suo fratello minore Andrea è stato prelevato dai poliziotti con l’umiliante accusa di abuso di pubblico ufficio. E l’umiliazione più cocente, per la casa reale, dev’essere stata quella foto rocambolescamente scattata da un paparazzo, che ha immortalato il viso dell’ex principe all’interno dell’auto con cui veniva portato alla stazione di polizia. Nello scatto, che ha subito fatto il giro del mondo, si vede un Andrea ben poco principesco, spettrale, terreo, gli occhi sbarrati dal terrore e resi ancora inquietanti dall’effetto pupille rosse, che si appiattisce sul sedile posteriore nel vano tentativo di passare inosservato. La stampa inglese ha paragonato lo sguardo allucinato del re a quello dell’Urlo di Munch, o al Saturno che divora i suoi figli di Goya. Ma se fossero esistiti i paparazzi nel 1791, probabilmente una foto simile si sarebbe potuta scattare a Varennes, all’interno della

Non è molto, ma è sempre più delle nubi di aria fritta emanate da ministri come Salvini e Musumeci.

Sapete quante parole ci sono in Gran Bretagna per indicare la pioggia? Ben 188, distribuite fra Inghilterra, Galles e soprattutto Scozia, dove la fantasia nel denominare le precipitazioni raggiunge il virtuosismo. Alan Connor, giornalista del Guardian, ci ha scritto un libro divertentissimo, uscito due anni fa, ma che ora appare superato: sulle isole britanniche piove quasi ininterrottamente dall’inizio dell’anno, e lo stoicismo meteorologico degli inglesi è messo a dura prova dal susseguirsi di ondate di maltempo che flagellano senza tregua le leggendarie verdi campagne, riducendo campi e pascoli a distese di fango dove le sementi marciscono. I contadini non riescono a eseguire i lavori stagionali, i tetti delle fattorie e delle stalle sono colabrodo impossibili da riparare finché la pioggia non cessa almeno per qualche giorno di fila, e per i prossimi mesi si prospettano raccolti esigui, con conseguenti rincari per frutta, verdura e latticini, i cui prezzi sono già lievitati a causa della Brexit. Viene in mente la disperazione degli agricoltori bolognesi e romagnoli durante la catena di alluvioni del 2023-24; con la differenza che da noi la colpa non era solo degli eventi meteorologici estremi, c’entravano anche il dissesto idrogeologico e lo sfruttamento indiscriminato del territorio. In Inghilterra, invece, è tutta

Quello che si vede nei video postati dagli sportivi di tutto il mondo non è semplice gradimento per un buon piatto

Le prime battute delle Olimpiadi invernali hanno già regalato all’Italia un assortimento di medaglie in tutti e tre i metalli – chiedo perdono per il “regalato”, in realtà non c’è niente di gratuito in vittorie e piazzamenti costati mesi di impegno, allenamenti e rinunce. Ma devo confessare che il risultato dei Giochi di Milano-Cortina che più mi riempie di orgoglio patrio è la soddisfazione, ai limiti dello sbalordimento, degli olimpionici stranieri per l’ospitalità e il trattamento che ricevono al Villaggio Olimpico. A entusiasmarli sommamente è il cibo della mensa, servito da sei stazioni self-service per assicurare l’igiene più scrupolosa (la salute degli atleti alla vigilia della gara della vita è sacra). D’accordo, l’apprezzamento del nostro cibo da parte del pubblico internazionale non è una novità, la cucina italiana è patrimonio Unesco, i ristoranti e le eccellenze gastronomiche tricolori hanno raggiunto quasi ogni angolo del pianeta e, insomma, ormai pizza e lasagne si mangiano più spesso nei paesi anglosassoni che in Italia. Eppure, quello che si vede nei video postati dagli sportivi di tutto il mondo su Instagram e su TikTok non è semplice gradimento per un buon piatto realizzato con ingredienti doc. È meraviglia, incredulità, gioia, estasi, come se tutti quei ragazzi e

Il ricordo di Laura Fontana che ci ha lasciato nella settimana della Giornata della Memoria

Ci sono poche cose più brutte che chiederti da quanto tempo non vedi una persona che stimi e ammiri, e imbatterti, il giorno dopo, nel suo manifesto funebre. Mi è successo due giorni fa con Laura Fontana, ed è stato uno choc, una randellata in testa, il cuore che incespica nei battiti. Non solo perché Laura è stata per tanti anni il motore di tutte le iniziative cittadine per l’Educazione alla Memoria e le devo tante esperienze indimenticabili e necessarie, come l’incontro con Schlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah, nella Sala del Giudizio, ma anche perché eravamo quasi coetanee, ed entrambe, nel nostro piccolo, sopravvissute: a una malattia che per quanto non sia più “incurabile” come un tempo, non smette di essere infida e crudele. È significativo, e al tempo stesso struggente, che Laura ci abbia lasciato nella settimana della Giornata della Memoria, la ricorrenza in cui culminava il suo impegno nella custodia e nella trasmissione, soprattutto ai ragazzi, delle testimonianze sullo sterminio degli ebrei (l’altra iniziativa a lei indissolubilmente connessa era l’organizzazione dei Viaggi della memoria). Sembra quasi che il destino, prima di strappare per sempre Laura al mondo, abbia voluto concederle il tempo di congedarsi dalla missione della

Siamo letteralmente ipnotizzati dall’anziano megalomane che si ritiene al di sopra di qualunque legge o regola

Di questi tempi mi capita sempre più spesso di provare una triplice dissociazione: una parte di me si sente come la spettatrice di un film, un’assurda commedia distopico-catastrofica da guardare con un secchiello di popcorn in mano, un’altra parte pensa di essere una comparsa di quel film, e una terza si rende conto con terrore che non si tratta di fiction: il mondo è davvero appeso ai capricci di un narcisista patologico ottantenne con chiari segni di demenza, che si trova alla guida della più grande potenza mondiale, quella che non solo possiede i più attrezzati arsenali nucleari, ma finora è stata anche l’unica che li ha usati. Siamo letteralmente ipnotizzati dall’anziano megalomane che si ritiene al di sopra di qualunque legge o regola, e che, pur essendo stato eletto solo da qualche milione di americani, ha in mano le vite di miliardi di esseri umani, comprese le nostre. Sfortunatamente, a differenza che nei film, non si profila all’orizzonte nessun supereroe “buono” in grado di neutralizzarlo e rimandarlo a giocare a golf su un campo a diciotto buche circondato da un recinto elettrificato e presidiato da robusti badanti. Così, eccolo monopolizzare i servizi del tiggì mentre promuove il suo club di autocrati e/o

Con le armi di oggi, dalla cima del monte Titano si possono bombardare mezzi Balcani

Al posto di Giorgia Meloni, qualche soldato italiano in Groenlandia lo manderei, a fare gruppo con tedeschi, francesi, belgi, olandesi, spagnoli e scandinavi, cui presto si aggiungerà un manipolo di inglesi. E non siamo solo noi radical chic a non apprezzare la modalità-scendiletto per i piedoni neoimperialisti di Donald Trump adottata dalla nostra premier. A quanto pare, anche una buona fetta di elettori di Fratelli d’Italia trova fastidiosa la sfacciata prepotenza del miliardario arancione, e non va matta per la doppia faccia di Meloni, lady di ferro in Italia e giuliva cheerleader con la Casa Bianca. Chi, dopo l’affaire Giambruno, si era illuso che la presidente del Consiglio fosse un tipo che non perdonava i molestatori, deve correggere il giudizio: spietata (giustamente) con chi molesta le donne, Giorgia è molto più conciliante con chi molesta altri paesi. Con quelli bisogna ragionare e cercare un dialogo. Trump vuole prendersi la Groenlandia, un territorio autonomo legato al regno di Danimarca, paese Ue e Nato, e dice che lo farà “con le buone o con le cattive”. Perché? Detta in termini strettamente geopolitici, perché gli gira così. L’insano proposito è riuscito a risvegliare un minimo di dignità in quasi tutti i paesi europei che finora a

È una dispensa esternalizzata, per non parlare della sua funzione di centro sociale

Negozi e supermercati aperti di domenica, sì o no? La consumista che c’è in me dice tre volte sì, irragionevolmente: spesso nei giorni festivi non metto nemmeno il naso fuori di casa, soprattutto in questa stagione. E quando approfitto del supermercato aperto la domenica mattina, mi sento sempre leggermente in colpa: io compro due o tre cosette, poi torno dalla mia famiglia e mi rilasso per il resto della giornata, mentre a chi sta alla cassa o intorno agli scaffali il riposo e il tempo con la famiglia è negato, anche se in cambio, auspicabilmente, di una remunerazione più alta del solito (per chi lavora nei giornali e soprattutto nei notiziari radio e tivù, è o era così, tanto che i turni in redazione nei giorni festivi erano i più ambiti). Ma anche quando non ne usufruisco, sapere che il supermercato è aperto mi dà una certa tranquillità psicologica, forse residuo di un’atavica insicurezza alimentare che nella realtà è superata da un pezzo, ma ancora si annida in qualche neurone ereditato da antenati spauriti dal fantasma della carestia, per i quali il prossimo pasto era sempre un’incognita. Il supermercato è una specie di dispensa esternalizzata che ci fa stare tutti più tranquilli, per

Cosa succede se regalano grandi libri degli oroscopi 2026 firmati

Vi hanno regalato un grande libro degli oroscopi 2026 firmato Paolo Fox, Simon and the Stars, Branko o qualche altro nome improbabile di astrologo mediatico o social? Oppure l’avete regalato a qualcuno, o magari a voi stessi? O, come me (e molti, molti altri, a giudicare dallo stato della copia in cima alla pila in libreria) vi siete limitati a sbirciare a scrocco la panoramica del vostro segno zodiacale, per poi scuotere la testa e allontanarvi, col sorriso sulle labbra o, se siete anche voi della Bilancia, una smorfia sfiduciata? Se appartenete alla prima categoria – i riceventi del libro – spiegatemi cosa ve ne fate, a parte intrattenere familiari e ospiti, volenti o nolenti, con previsioni che gli autori in questi giorni elargiscono comunque gratis sui media. Se l’avete comprato, per voi o per altri, evidentemente siete fan di questo o quell’astrologo, perché qualche volta ci ha preso, oppure, semplicemente, vi sta simpatico per imperscrutabili motivi, le giacche sgargianti (Paolo Fox), lo stile accattivante (Simon), l’origine istriana (Branko). L’ultima categoria raccoglie l’ampia platea dei “non è vero, ma se quest’anno parla bene del mio segno forse gli do una chance”, e più o meno una volta ogni dodici anni l’occhiatina di

Dall'Ucraina a Trump alla Palestina non aggiungiamo Checco Zalone agli argomenti per litigare durante i cenoni

Per concludere degnamente un anno già ricco di polarizzazioni che hanno sfilettato l’opinione pubblica (pro o anti Trump, pro Ucraina o pro Russia, pro-Pal o pro-Netanyahu, pro IA o anti IA, per ricordare solo le più scottanti), dalla notte del 24 dicembre gli italiani hanno un’altra questione su cui dividersi: Buen Camino, il nuovo attesissimo film di Checco Zalone, che ha già battuto tutti i record al botteghino (ieri l’incasso ammontava già a 14 milioni, oggi avrà già sfondato il tetto dei 15). Vederlo o non vederlo? E in ambo i casi, perché? O perché no? Quando un film è già fenomeno a pochi giorni dall’uscita, entra di prepotenza nella discussione quotidiana, non solo a livello di opinioni a confronto, ma anche a quello più banale di “cosa andiamo a vedere sotto le feste?” C’è chi correrà (o è già corso) al cinema perché è fan della prima ora di Checco, chi perché i suoi film sono l’evento collettivo natalizio che ha sostituito i cinepanettoni, chi, semplicemente, perché è difficile evitarlo: lo dànno in mille sale, a tutte le ore (gli orari di programmazione al multiplex delle Befane sono inquietanti, 19 proiezioni giornaliere, dalle 18 alle 23). Altrettanto frastagliate le ragioni di