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Storie di vita che potrebbero essere vere


1 Gennaio 2023 / Paolo Zaghini

Stefano Lunedei: “Noi, che sprechiamo dolore” – Raffaelli.

Che splendido libro ha scritto Stefano Lunedei. Da leggere tutto d’un fiato, anche se sono quindici racconti con storie diverse. I protagonisti sono tutti dei perdenti, colti nell’attimo della loro fine o della possibile redenzione (non certa).

Scrive Fabio Orrico nel presentare il libro: “Spesso il set su cui prende corpo l’azione di queste storie è la famiglia, colta nell’attimo immediatamente precedente al suo sfaldarsi o messa in scena quando il vulnus è già parte del vissuto. La famiglia e l’amore che l’ha costituita è, come sempre quando si parla di istituzioni concentrazionarie, anche un luogo privilegiato in cui esercitare rapporti di forza; quindi, scriverne diventa fatalmente anche uno studio sul potere. Gli uomini e le donne di Lunedei tendono a fuggire, voltando le spalle a ciò che forse converrebbe affrontare di petto (…). ‘Noi, che sprechiamo il dolore’ racconta il conformismo come sottofondo morale di una classe in cui è facile riconoscersi”.

E già, questo è quello che il lettore rischia di fare: identificarsi nei protagonisti di queste storie. Ne “I fiori del convolvolo” il dolcissimo Mattia, malato della sindrome di Asperger, una patologia pervasiva dello sviluppo, appartenente alla categoria dei disturbi dello spettro autistico (di cui soffrono fra gli altri la giovane ambientalista svedese Greta Thunberg e la scrittrice Susanna Tamaro).

Ne “La gioia del disastro” la coppia scoppiata Carlo e Giulia, ne “Il ponte” dove gli aspiranti suicidi da uno diventano due. Nel “Ho fatto in modo che mia moglie mi sparasse” dove il protagonista a cui il medico ha diagnosticati sei/otto mesi di vita farà di tutto, per odio, perché prima della scadenza sia la moglie ad ucciderlo perché “si portasse dentro per tutta la vita il rimorso di avermi ammazzato”.

Terribile “La confessione” di un prete pedofilo, costretto con la violenza da un padre di un bimbo violato a confessare e in attesa di essere da Lui ucciso: ed invece “Girò velocemente la pistola e si sparò in bocca. Schizzi di sangue colpirono gli occhi del prete, mentre il buio copriva i colori”. L’incontro fra due persone, Lidio e Valentina, tradite dai rispettivi coniugi in “Losopercerto” che trovano conforto nelle parole dell’uno e dell’altro: “Sei diventato il mio salvatore ufficiale. Sono così contenta di averti incontrato. Non ho voglia di affrontare mio marito. Sarà tutto penoso e squallido e se prova a negare o minimizzare domani mi vedi in prima pagina sul giornale”.

O nel “Your teeth growing?” (Fai i denti?), secondo Orrico “forse il racconto più bello del lotto”, dove vengono sintetizzate “le preoccupazioni centrali del libro: fuga, esotismo, la cultura come riscatto e differenza qualitativa, avventura e una piccola, attentamente negoziata, dose di trasgressione. Marcello Gugli, intellettuale di mezza età, vive il viaggio negli Stati Uniti, con la necessaria, modica, tutto sommata soddisfatta, attesa di novità che un simile avvenimento può riservargli. Conosce una poetessa importante, splendidamente descritta nelle sue idiosincrasie, si porta a letto la sua assistente e fa amicizia con un barbone contestatore. E’ un viaggio che vale (e sintetizza) una vita, ne ripete specularmente le stazioni e si chiude con il cadere delle ultime, forse ultimissime, illusioni”.

Irresistibile “Mia moglie e la mia ragazza mi tradiscono” dove Marco, preoccupato di essere cornificato sia dalla moglie che dall’amante, scopre invece che le due donne sono diventate felicemente amanti e lo scaricano.

Ed infine la protagonista di “Social”, Lucia, di fronte all’ennesima patacata del marito che aveva postato un messaggio che diceva: “Maschio di mezz’età sposato e annoiato cerca femmina venti-trenta anni per cena elegante più contatto corporeo. Non devi essere: Mia moglie. Brutta. Un tipo. Astenersi professioniste (per ora)” valuta il da farsi con l’amica lesbica Romina. “Quanto sono cretini i nostri uomini?”. “Quello stronzo meriterebbe il divorzio. Non sa neanche cucinarsi un piatto di pasta e in casa dopo due giorni sarebbe l’apocalisse. Farmi incazzare con sto caldo, poi. Potevo essere un avvocato, invece no, casalinga con due figli”. Ma dopo una giornata trascorsa con Romina ed altri amici comunica alla sua amica “Torno a casa. Ma prima, un ultimo favore. Ricordo che eri brava a fare una certa cosa. Forbici e macchinetta, please”. “Sei ancora ubriaca?”. “No. Taglia. Li voglio meno di un dito. Deve esserci la mia faccia, da qualche parte”.

Il titolo del volume è preso in prestito da un verso, riadattato (nell’originale è al plurale, dolori), del poeta tedesco Rainer Maria Rilke dalla “Decima Elegia” contenuta nel volume “Elegie Duinesi” scritto nel 1912. Si tratta di dieci componimenti di ispirazione filosofica, che trattando di varie tematiche cercano di rispondere alle domande poste nelle precedenti opere rilkiane sull’insensatezza e incomprensibilità della vita, e sulla paura della morte.

Non è dunque un caso che la presentazione di Orrico al volume di Lunedei si concluda così: “Quelle raccolte in ‘Noi, che sprechiamo il dolore’ sono decisamente storie del nostro tempo, un tempo di sovrapproduzione e, certamente, spreco. Il dolore segue la corrente e si perde, come un qualunque prodotto deperibile”.

Quello che ci rimane però è un libro godibilissimo, dove ironia e tragicità giocano tra loro, con una perfetta sintesi letteraria di storie di vita che potrebbero essere vere.

Paolo Zaghini