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23 gennaio – “Trombi ad cul…”

Il 23 gennaio tutte le Chiesa cristiane celebrano Santa Emerenziana vergine e martire (… – Roma, 304 circa). Di lei si sa pochissimo: sarebbe  vissuta tra la fine del III secolo e l’inizio del IV secolo e viene ricordata come sorella di latte di Sant’Agnese festeggiata (non a caso?) due giorni fa il 21 gennaio. La sua Passio, come tutte scritta svariati secoli dopo, narra che fu lapidata, forse sotto Diocleziano, da semplice catecumena, cioè ancor prima di essere battezzata (meno di altri 20 Santi sono in queste condizioni), lungo la Via Nomentana a Roma presso la sepoltura della sorella nel giorno del suo funerale.

Viene perciò rappresentata, oltre che con il giglio virginale e la palma del martirio,  come una giovane fanciulla con delle pietre sul suo grembo. Poiché tardive leggende complicarono il martirio della povera Emerenziana raccontando che le era stato squarciato il ventre, ella fu invocata contro il mal di ventre e le malattie dell’intestino in generale.

Santa Emerenziana

Senta Marenzièna, come è nominata dal Quondamatteo nel suo “E’ Luneri rumagnol”, nella sua infinita bontà e misericordia ci perdonerà pertanto se qui riporteremo come i i grevi romagnoli si esprimevano riguardo quegli organi che Lei protegge e quei mali cui Lei può porre rimedio.

Dal profetico “Trombi ad cul, burasca ad merda”, all’ammonitorio “Tromba ad cul, sanità ad corp, chi an scurèza l’è bela mort”, chi non scoreggia è bell’e morto: sempre seguendo Quondamatteo, ma nei “Tremila modi di dire dialettali in Romagna”.

A Cesena, secondo Umberto Foschi: “Quand al budèl va in prucissiòn, al fa buracuciòn“, quando le budella vanno in processione (perché sono vuote e si agitano per poco), fanno rumore come le noci sballottate nel sacco. “Quand e rugia al budel, l’è segn che al vo cvel”, quando le budelle brontolano è segno che vogliono essere riempite. Ma attenzione a quel che vi si immette “brod gras de gapòn e fa smovar e’ magon”, il brodo  grasso di cappone smuove lo stomaco.

Ma troppo spesso i mali del ventre dipendevano solo dal non poterlo riempire: “Avè la penza c’la zcarr s’la schina”, avere la pancia che discorre con la schiena; nella turistica Riccione “L’ha na penza cum’è na cartuleina illustreda”, ha una pancia come una cartolina illustrata: tanta è la magrezza.

E certamente, “Du che un’s magna, u’s ragna”, dove non  si mangia, si litiga. Tanto è vero che, cupamente, Per magnè, u’n’s ciema nisun!”, per mangiare non si chiama nessuno!

Ma c’era anche chi filosofeggiava, dando mostra di non attribuire poi tutta questa importanza al nutrimento: “Una magnèda, una caghèda”, una mangiata, una cagata.

Eppure le funzioni degli intestini, così naturali sebbene ammantate di vergogne, in campagna potevano assurgere alla poesia più pura, quella delle schermaglie fra gli innamorati.

– Cum t’ci bela!

– Eh, a so bela me cul!

– T’è un parfom!

–  Eh, l’udor d’la merda

– At darìa un bes, ma t’al dis mi tuv!

– I? A gne deg!

Come sei bella! – Sì, sono bella nel culo!/ Hai un profumo! – Sì, l’odore della merda!/ Ti darei un bacio, ma poi lo dici ai tuoi!/ Io? No che non glielo dico! Così i versi che il solito Quondamatteo diceva di aver raccolto dalle parti di Coriano, spiegando: “In  effetti, una volta, quando una giovane contadina voleva schermirsi, diceva eh, a so bela me cul, che sta a significare non sono bella affatto!“.

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