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Enrico Santini: “Rurali sempre” – Panozzo.

Che termine magnifico e poliedrico il dialettale “pataca”. Il sommo maestro del dialetto riminese Gianni Quondamatteo nel suo “Dizionario romagnolo (ragionato)” in due volumi (La Pieve, 1982-1983) scrive parlando di questo termine: “chi più ne ha, più ne metta per definire pataca, termine di certo fra i più usati nel riminese. Lo si adopera in infiniti casi e svariate modulazioni”, in senso positivo e in senso negativo.

E allora mi permetto di definire Enrico Santini un pataca vero, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Che sono da lui chiaramente esternati ed elencati in questa sua simpatica raccolta dei pezzi settimanali scritti e pubblicati per il giornale on-line “Riminiduepuntozero” fra il novembre 2018 e il novembre 2019: “Perché sono così: non seguo il copione, lo scritto, non leggo come un pappagallo il foglietto, vado a braccio come Paietta, dico quel che penso, quando voglio e lo scrivo anche”. E prosegue: “Perchè scrivo? Perché sono, perché sogno, perché dubito. Ecco il dubbio, la critica, il confronto, la tesi, l’antitesi, la sintesi, il sillogismo, la riflessione, la ricerca, il guardarsi dentro, l’introspezione, il conosci te stesso, l’ironia socratica, il prendersi in giro”.

E allora “rurali sempre”, leit motiv della patacaggine di Santini, che “è arte vera, sublime, eccelsa”. Dice Piero Meldini nella Prefazione: “La ruralità, per Santini, non è tanto una condizione, quanto una forma mentis. Quella di chi cerca di accordare lo scorrere della vita al passo regolare delle stagioni; di chi ama la semplicità, la parsimonia, l’ospitalità e ha una sola parola; di chi appartiene ancora alla civiltà del racconto, coltivata per secoli dalle veglie, e di chi ha fede perché non esiste un rurale ateo, e nemmeno un rurale agnostico”. Anche perché Enrico non credo che una vanga o una zappa l’abbia mai presa in mano, come me del resto (credo che io e Enrico possiamo vantare di far parte di quella prima generazione in città, dove il dialetto per noi è un vezzo). Diceva mia mamma: “la terra l’è basa”, ovvero dura e faticosa da lavorare.

Ma questo non ci impedisce di ricordare i tempi passati e di lavorare per la promozione dei prodotti agricoli locali oggi. A incominciare dall’olio: “L’unico primato che abbiamo a livello regionale nell’agroalimentare è quello dell’olio. Fatto cento in Emilia-Romagna, la provincia di Rimini ha il 75% del prodotto”. Per proseguire con il vino: “Il vitigno più diffuso in Italia è il Sangiovese. Sono 54.000 gli ettari del Sangue di Giove nella nostra penisola e 3.000 circa in provincia di Rimini”.

E poi c’è la piada (che Santini sostiene da tempo che è nata a Coriano perché “la piada era la povertà assoluta”, quando il mandamento di Coriano veniva indicato come uno dei più poveri della Penisola, come racconta l’inchiesta Jacini del 1880), la seppia con i fagioli (“l’amore tra il mare e la terra”), la tagliatella (quando “arriva l’ispirazione non puoi tirati indietro come una pudica vergine, ma devi dar sfogo alla carne e, se di stagione, anche ai piselli”).

Enrico cita più volte gli incontri della Confraternita della Tagliatella, guidata dal Gran Maestro Maurizio della Marchina. Ho avuto l’onore di essere invitato una volta (una sola, purtroppo) ad uno dei loro simposi culinari (“l’appuntamento mensile è un’occasione di grande goduria”) in occasione della presentazione del gagliardetto realizzato dall’amico Annio Maria Matteini, architetto “riminese in quel di Brera”.

Mi sono divertito molto quella sera nel noto ristorante (che non citerò come Enrico) del Borgo San Giuliano, e trascinato dall’allegria scrissi per Chiamamicitta.it un pezzo forse troppo presa per il c…o (La Confraternita della Tagliatella svela il suo stendardo). A distanza di quasi tre anni vorrei chiedere umilmente venia al Gran Maestro per sperare di essere nuovamente invitato a degustare con loro un buon piatto di tagliatelle, ma come ci tiene a sottolineare Enrico “non è la Tagliatella, e neppure il ragout, ma il contesto come dice il mio amico Stefano Bonini. Quello che conta è dove mangi e con chi mangi. E’ il piacere, è come dicono gli enofighetti, la location. E’ il sorriso del cameriere, meglio della cameriera, continuo da buon rurale ad avere le mie preferenze, è il tavolo, il tovagliato, il bicchiere, il menù raccontato, è l’esperienza emozionale, è la luce, la musica in sottofondo, i bambini che sono andati a letto, i telefonini che non trillano, è soprattutto l’oste che ti accoglie come un amico e si dimostra tale”. Non so se Enrico sarà d’accordo con me, ma mi vien da dire: quanto ci mancate cari Piero e Gilberto, maestri indimenticati della ristorazione riminese.

Per Santini l’identità rurale c’è quando “la tradizione è guida, riparo, punto di riferimento, identità, figura materna; non accetto l’omologazione, i cibi senza sapore, senza profumo, senza carattere, incapaci di trasmettere emozione: al palato e al cuore. Non sono uomo da Mulino bianco, temo la mistificazione che è alla base di ogni strategia di marketing. Nella mia terra, il contratto verbale, la parola, il soprannome rappresentano da sempre la storia della famiglia. L’onore non è la verginità, ma la sacralità dell’essere”.

E come dice Meldini (ma chiunque conosca Enrico lo può confermare) “è Coriano il suo luogo dell’anima, la sua Macondo: il paese, insieme reale e immaginario, a cui sono legati i suoi ricordi e le sue fantasie; e corianesi sono tutte, o quasi, le vicende, le persone, le tradizioni, le usanze che popolano queste brevi cronache tra il pezzo di colore, il corsivo e l’apologo”.

E poi, qui e là, nei pezzi di Enrico spunta la politica: “Non sono uno storico, ma un tuttologo rurale, che nonostante l’età conserva buona memoria”. Aggiungerei da buon democristiano all’Andreotti. “Partiamo dalla politica, perché tutto gira attorno a quello che per il mondo greco era l’unica vera attività che meritava di essere svolta, il governo della città, della polis, per tutto il resto c’erano, e non dimentichiamolo, gli schiavi. Più o meno come oggi. Una élite e poi tutta palazzola”.

E ad Enrico, presidente nel corso di decenni di mille società, fare politica a Coriano sarebbe piaciuto tanto. La Sindaca Spinelli lo nominò per alcuni anni Pro-Sindaco (una carica che non esiste), quasi un contentino perché non gli rompesse troppo le scatole come sa fare Enrico quando si mette di punta. E poi recentemente ha tentato di essere candidato Sindaco per una lista che non c’era. E allora: “votate per chi vi pare, ma andate a votare” (e purtroppo anche domenica 12 giugno i corianesi questo appello non lo hanno accolto, essendosi presentato ai seggi per l’ennesima volta solo un avente diritto su due).

“Non c’è più la scomunica e non c’è più, per fortuna, il PCI” (forse dovrebbe fare un telegramma per comunicarlo alla ex-Sindaca riccionese Tosi che ha inveito ancora in queste ultime ore contro i comunisti (sic!) per aver perso le elezioni). “Non c’è più la DC, purtroppo, Dio è morto e anch’io non sto benissimo”. Infine “uscite dallo schema Destra, Sinistra, Centro, Liberali, Conservatori, Fascisti, Comunisti, Monarchici. Non c’è più nulla, la nostra è una società liquida. C’è soltanto la Juve, tutto il resto è noia (Califano)”.

Ma questi partiti, come mi sono permesso di scrivere in un mio recente volume (Il Partito Comunista a Coriano 1921-1991, edito da La Piazza Editore), sono stati fondamentali per la ricostruzione del Paese dalla distruzioni della guerra. E allora Enrico diamo a Cesare quel che è di Cesare, ma non facciamo di ogni erba un fascio. E poi (sono totalmente d’accordo con Te) viva Juve, sperando che il prossimo campionato ci dia maggiori soddisfazioni dell’ultimo.

Paolo Zaghini

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