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Il Signor Presidente gender free

Io questa destra proprio non la capisco. Non l’ho mai capita, ma dopo l’ insediamento del nuovo governo la capisco ancora meno. Propugna il ritorno del merito, e mette un incompetente confesso, Gilberto Pichetto Fratin, sulla delicatissima poltrona dell’Ambiente e della Sostenibilità energetica. Il suo unico merito è essere più arrendevole di Paolo Zangrillo, cui inizialmente era stato assegnato il ministero più rognoso del momento. Appena l’ha saputo, ha scongiurato Meloni di scambiarlo con quello della Pubblica amministrazione, per il quale era già stato designato Pichetto Fratin. Così, sette minuti dopo la diffusione della lista dei ministri, è avvenuto il mini-rimpasto, il più veloce della storia dei governi. Il nuovo ministro dell’Ambiente e dell’Energia ne sa così poco dell’uno e dell’altra che gli è stato assegnato un ministro di sostegno, il suo predecessore Stefano Cingolani.

E non parliamo della titolare del Turismo, Daniela Santanché, che qui a Rimini dovremo tenere d’occhio perché avrà in mano i destini dell’industria che dà da mangiare a mezza città: ci ha informato via social che non parteciperà al primo vertice nazionale sul turismo perché deve studiare i dossier riguardanti il turismo. Il che significa che non è proprio un’esperta della materia, pur essendo lei stessa un’imprenditrice nel campo del turismo, in quanto comproprietaria del mitico Twiga. Ma non farebbe prima ad andare al vertice, dove sicuramente imparerebbe di più?

Il fatto che Giorgia Meloni si sia pienamente meritata l’incarico di premier (e su questo non si discute) non dovrebbe esimere tutti gli altri elementi del governo da meritarsi almeno un pochino i rispettivi uffici. Anche perché lo sapevano da mesi anche i sassi che alle elezioni avrebbe vinto il centrodestra e c’era il tempo, non dico di trovare dei ministri geniali, ma almeno di informarsi se Zangrillo se la sentiva di fare il frate cercatore di kilowatt/ora nell’inverno dei gasdotti chiusi e se Santanché sapeva distinguere un ombrellone da un ombrellino da cocktail.

Ma c’è un altro punto su cui capisco questa destra ancora di meno, se possibile: la desinenza del Consiglio. Cioè, il genere maschile o femminile della persona che occupa la Presidenza del Consiglio, che è diventata una questione di lana così caprina che perfino Meloni, alla fine, ha dovuto dire sui social: «potete anche chiamarmi Giorgia».

Essendo donna, chiamarla «la presidente» è semplicemente esatto, sia secondo la grammatica sia secondo la sacra e inamovibile distinzione fra i generi che preme tanto ai conservatori omo-transfobici come l’attuale presidente della Camera Lorenzo Fontana. Eppure in un primo tempo Meloni ha voluto far sapere che, come premier, si sente uomo, quindi preferiva essere indicata come «il Presidente del Consiglio», anzi, secondo una nota di venerdì scorso, «il Signor Presidente del Consiglio». E a chi aveva qualcosa da eccepire, i suoi sostenitori hanno replicato che uno/una può farsi chiamare come preferisce.

Sono gli stessi che (ne sappiamo qualcosa anche qui a Rimini) gridavano allo scandalo per il registro «gender free», l’innovazione che permette agli studenti di scegliere il proprio nome in base al genere in cui si sentono meglio. Se lo fa la loro leader invece va tutto bene? Nessuno che si interroghi sullo choc che può provare la piccola Ginevra vedendo che la sua mamma quando va al lavoro diventa un signore? Si rendono conto i nuovi potenti di aver dato loro, senza volere, un colpo mortale a ciò che si affannano a difendere? Allora non sono solo io a non capire questa destra. Non si capisce nemmeno lei.

Lia Celi

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