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Quando la banda passò e di Verucchio si innamorò

Mario Tonini: “Inchent dla Valmarecia” – La Piazza.

All’amico riccionese Mario Tonini non ho potuto negare ancora una volta due righe di presentazione scritte per questa sua nuova pubblicazione, dopo “Fantasia d’un burdel” uscito nel 2015 e “Per non dimenticare. Riflesion d’un cittadèn pursia (Riflessioni d’un cittadino qualunque). Coronavirus” uscito nel 2020.

L’ho fatto con tutto l’affetto che porto al più “stagionato” dei bandisti riminesi: 84 anni portati ancora bene (anche se ultimamente qualche acciacco di troppo l’ha costretto a saltare alcuni concerti con le bande) ed in banda a Rimini dal 1952. La Banda di Rimini nacque nel 1828. Ma non solo Rimini, perché Mario da molti decenni suona anche per la Banda di Verucchio, nata nel 1835. Praticamente il suo strumento, il flicorno tenore, ha accompagnato l’attività delle due bande con più annate sulle spalle del territorio riminese.

Questa sua nuova raccolta di versi, in dialetto e in italiano, sono comunque dedicati alla Valle del Marecchia e alla Città di Verucchio, un territorio che ha imparato a conoscere e ad amare girandolo in lungo e in largo con la Banda di Verucchio in occasione di ricorrenze civili, fiere, sagre nel corso di molti decenni. “Frequentando questo luogo sono rimasto favorevolmente colpito dalla bellezza della valle del Marecchia che dall’alto di Verucchio si ha modo di osservarla col Suo fiume, coi Suoi monti, con i Suoi colori dove risalta l’azzurro della roccia in modo particolare e si vedono Castelli con Paesi antichi posti sulle sue Cime più elevate”.

Ste bel Paes
Spess andand a Vruc per sunè tla banda, am so las ciapè da l’amor per sta Cità, / una cità a dì e vera antiga mo na granda, / sora una rocia, se Su castel tuta lai stà. // (…)

Questo bel Paese
Spesso andando a Verucchio per suonare nella banda, / mi son lasciato prendere dall’amore per questa Città, / una città a dire il vero antica ma non grande, / sopra una roccia, col Suo Castello tutta ci sta. // (…)

Le sue rime raccontano storie, ricordano personaggi a Lui cari. E lo fanno con la semplicità e la schiettezza che gli sono proprie.

Del resto è fatica non essere legato ad una persona che ha suonato con te, fianco a fianco, per tantissimi anni come il chirurgo (e bandista a tempo perso con il sax tenore) Graziano Pazzini, recentemente scomparso. Oppure non ricordare il Maestro Bernardo Santolini (1956-2012), che ha diretto sia la Banda di Rimini (dal 1997 al 1998) che quella di Verucchio (per circa 25 anni), quando la sua bacchetta dava il ritmo a tutti gli strumenti. Per la storia delle bande riminesi rinvio al libro “La Banda Musicale Città di Rimini dal 1828 ad oggi” edito nel 2017, da me curato.

A Vrucc non si scherza, l’è post ad cultura (A Verucchio non si scherza, è un posto di cultura): sarà contenta l’amica bibliotecaria ed animatrice culturale di Villa Verucchio Lisetta Bernardi per questo attestato che Mario rilascia alla sua Città.

E con la Banda di Verucchio Mario ha partecipato nel corso degli anni a numerose cerimonie dedicate ai Nove Martiri di Verucchio, civili trucidati dalle truppe tedesche il 21 settembre 1944.

A sem tint i present, mai e menca la Banda / s’l’Inno Naziunel e al Note Sole d’una tromba / c’la unora se Silenzie e dulor per Cla Tomba / e per Tut i Mort d’una tragedia tenta granda

(Siamo tanti i presenti, mai manca la Banda / con l’Inno Nazionale e le Note Sole di una tromba / che onora con il Silenzio il dolore per Quella Tomba / e per Tutti i Morti di una tragedia tanto grande).

Non contento di questo suo poetare girovagando per la Vallata del Marecchia, Mario ha voluto chiudere questo suo nuovo libro con un piccolo omaggio a Dante Alighieri in occasione del suo settecentesimo anniversario della morte (1265-1321). E lo fa naturalmente in dialetto romagnolo ricordando che la lingua italiana in realtà nasce da un dialetto, quello toscano, che Dante seppe imporre con la cultura, e non con la guerra, all’intera Italia: l’ha unì l’Italia Nostra s’una Lengua eceziunela (ha unito l’Italia Nostra con una Lingua eccezionale).

E lo immagina in treno che, affacciato al finestrino, guarda il Mondo di oggi e lo trova triste e che per questo decida di tornarsene nel suo tombino a Ravenna.

La fantasia di un Poeta può immaginare questo ed altro. Continua Mario a farci sognare con le tue rime fantasiose, immaginifiche utilizzando per esprimerti un dialetto che dimostra che non è ancora morto, come in tanti, troppi, dicono.

Paolo Zaghini

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