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26 ottobre 1361 – Prima notizia sulla Colonnellina, dove stavano le suore degli Angeli

Il 26 ottobre 1361 Bartuzzolo da Rimini fa testamento e come si usa lascia qualcosa a tutti i monasteri della città. In questo elenco – «S. Marie in muro; S. Marini de Abbatissis; S. Eufemie; S. Maria de Bigno; de Umiliatis; S, Catarine; de Santuccis; S. Marie Annuptiate; S. Xpofori..» compare anche «S. Marie de Angelis».  E’ la prima volta che in un documento viene citato questo monastero di monache, che poi sarà chiamato La Colonnellina; sorgeva nella parte di Rimini che aveva subito e subirà più cambiamenti durante la bimillenaria storia della città.

Nella carta di Rimini delle Biblioteche Vaticane (166o ca.) La Colonnellina è l’edificio raffigurato al centro

Da quanto risulta da atti successivi, S. Maria degli Angeli si trovava infatti «in loco dicto la Patarina» e cioè nei pressi della fossa Patara che attraversa Rimini: oggi sottoterra, ma in passato a cielo aperto e “motore” di tutte quelle attività – molitorie, tessili, conciarie – che si servivano di macchinari azionati dall’acqua. E’ il quartiere Pataro, che nel nome ricorda ancora gli eretici di inizio Duecento, molto numerosi a Rimini.

Erano soprattutto artigiani e abitavano dunque in prevalenza lungo la fossa.  Nel medio evo e fin a quasi tutto l’Ottocento questo era il quarto di città in assoluto meno edificato. In gran parte occupato da orti e terreni incolti, che sfioravano il selvaggio alle “Tane”, cioè il rilievo e gli anfratti che celavano l’Anfiteatro romano di cui si era addirittura persa  la memoria; una zona tanto isolata che fu scelta per collocarvi il primo lazzaretto.

Il quartiere Pataro

Eppure, nella Rimini romana, questo doveva essere stato un quartiere ben diverso.

Mosaico della domus “del mercato coperto”

Mosaico “a stuoia” di via Castelfidardo

Un quartiere di domus lussuose, come hanno rivelato gli splendidi mosaici ritrovati nel sito del mercato coperto, in via Castelfidardo, in via Michele Rosa, in via Dante, nell’area dell’ex convento di San Francesco.

Una zone vivace: per la vicinanza del porto – la battigia era circa dove ora corre la via Roma – e poi dello stesso Anfiteatro.

Mosaico di via Castelfidardo

Ma dopo il crollo dell’impero e con il progressivo interramento dell’approdo sulla riva, il baricentro di Rimini andò spostandosi sul punto più “forte”: il porto del fiume e il Ponte di Tiberio che lo attraversa, nei cui pressi si concentrarono sia le autorità civili e militari – la Corte dei Duchi”probabilmente fortificata – sia quelle religiose – la cattedrale di S. Colomba.

E la città spopolata si restringe – la retractio urbis che si verifica in tante città italiane soprattutto fra VI e VIII secolo – lasciando abbandonata questa sua parte che nessuno ha più motivo di frequentare. Quando poi la città si riprende, lì ci sono gli odori nauseabondi delle concerie e della stessa fossa, spesso ingombra di rifiuti.

La “retractio urbis” avvenuta a Rimini nell’alto medio evo: in grigio la zona abbandonata attorno alla fossa Patara. Tratteggiato, il presunto circuito fortificato della Corte dei Duchi (A). Le chiese documentate fra x e XI secolo: 1. Abbazia SS. Pietro e Paolo 2. S. Maria in Corte 3. S. Colomba, Cattedrale 4. SS. Martino e Savino 5. S. Silvestro 6. S. Tomaso 7. S. Michele in Foro 8. S. Maria in Trivio 8. S. Innocenza S. Agnese 11. S. Andrea 12. S. Giovanni Battista 13. Abbazia S. Gaudenzo 14. S. Gregorio

Addirittura una zona malfamata, soprattutto dove vi sfocia la famigerata contrada Codalunga, una lunghissima strada che partendo dal quartiere Clodio veniva a perdersi fra i campi della Patarina.

Una zona però dove erano numerosi i monasteri, quello di San Marino (quella che oggi chiamiamo S. Rita) il più importante.

Le monache di S. Maria degli Angeli furono trasferite nel 1392 dal vescovo Leale Malatesta,  che cedette il loro luogo ai Camaldolesi. Questi però non ne fecero buon uso e anzi lo lasciarono andare in rovina, tanto che Carlo Malatesta vi trasferì l’Ospedale di S. Spirito. Il quale passò agli Olivetani di Scolca, i “Frati bianchi”, che permisero alle suore di rientrare nel loro antico convento sotto il nome di Cellane di S. Gaudenzo, dell’ordine benedettino.

Per i riminesi erano ormai le Suore degli Angeli, anche se furono poi unite alle Santucce e poi con quelle di S. Cristoforo. E quel nome, degli Angeli, le suore se lo portarono dietro quando nel 1457 passarono nel monastero della Beata Chiara.  Gli Olivetani cedettero poi il luogo ai Canonici Lateranensi, ma quando costoro insediarono in S. Marino arrivarono i Girolamini di Fiesole. E siccome nel 1517 costoro stavano alla Colonnella, questa loro “dependance” fu chiamata La Colonnellina.

Come ricordava a metà Ottocento Luigi Tonini«questa chiesa della Colonnellina, rimpetto alla ex chiesa degli Orfanelli, un tempo ospizio degli Olivetani, durò intera fin circa il 1830; poi, scoperchiata, rimasero le mura a cinta di un orticello». 

Poco dopo, a inizio 900, tutta quella parte di Rimini cambiò completamente aspetto. E oggi, forse, solo dei cipressi su di un lato di piazzale Gramsci è quanto rimane della Colonnellina.

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