Home > Cultura e Spettacoli > E’ Nadél dei nostri nonni

«Babbo che regali ti arrivavano per Natale?». La risposta mi fece meravigliare e anche un po’ vergognare, mentre scartavo famelico i pacchetti senza trovare l’agognato e sempre richiesto trenino elettrico. «Du partugali», mi disse il babbo: due arance. Ma non per farmi sentire in colpa dei miei “vizi” da bambino moderno, anzi. Lo diceva con ancora negli occhi la felicità per quei doni.

Mio babbo era il primo di quattro fra fratelli e sorelle (e di altri morti in fasce), orfano ben presto di padre, in una famiglia “sotto” il conte Girolamo Cantelli di Rubiera a San Fortunato. Il conte era stato generoso e aveva tenuto la famiglia nella sua proprietà nonostante la morte di colui che aveva sottoscritto il patto agrario; secondo le norme di allora non era assolutamente tenuto a farlo. Per chi restava voleva dire un tetto, un orto e un sostentamento, parte in natura e parte (piccola) in denaro, quali “bovari”; perchè tutti, maschi e femmine e fin da piccolissimi, erano addetti ad accudire le “bestie”. Quegli orfani e la vedova erano stati presi sotto la tutela della “sgnora cuntessa”, la madre del conte Girolamo, il quale era rimasto “antigòun”, cioè scapolo. Era la contessa Rosetta, nobildonna genovese nata Bagicalupo, che a Natale faceva pervenire qualche caramella e le arance, frutto esotico e lusso inaudito in quel di Covignano. Meraviglioso e squisito quasi come i nostrani fichi secchi, riservati alla calza della Befana.

L’ingresso di Villa Cantelli a Covignano

Naturalmente nessuno sapeva chi fosse Babbo Natale, i regali li portava Gesù bambino. E non c’era traccia di albero addobbato: usanza che inziava bensì ad essere osservata nelle case dei “signori”, ma sentita come “tedesca”, aliena e indubitabilmente pagana. Non per nulla in piazza San Pietro il primo albero di Natale è apparso solo nel 1982 con il papa polacco Giovanni Paolo II.

Obbligatorio invece il presepe: con poche statuine di gesso tramandate di generazione in generazione, muschio per l’erba, cartapesta, paglia. E come effetto speciale, la strabiliante mica: la pietra luccicante che qualcuno portava giù da Scurghèda (Torriana).

La vita dei nostri avi fin da tempi immemorabili era regolata da un calendario rigidissimo di rituali, gesti da compiere, parole da pronunciare, cibi da consumare, ciascuno appropriati a ogni ricorrenza importante. Eppure Natale non comportava molto di particolarmente eccezionale. C’erano sì la vigilia di magro a base di “renga” (aringa salata) o baccalà, sì e no la messa di mezzanotte, i cappelletti nel brodo di cappone per il pranzo di Natale. Ma poco a confronto, per esempio, con le decine e decine di credenze e prescrizioni che circondavano l’altro solstizio, quello d’estate nella notte di San Giovanni. O anche l’Epifania, con gli animali della stalla che potevano parlare, la “pasquela” da cantare casa per casa, i pronostici sull’anno che si apriva, le tavolate collettive e le interminabili “veggie”. Il pranzo di Natale era invece solo per la famiglia, non si invitavano parenti o amici, né con loro ci si scambiava dei regali.

A dire il vero, uno scambio di doni in effetti esisteva ed era quello del «pen ad Nadél», il pane di Natale. Si trattava di un dolce speciale che la ragazza consegnava al “moroso” in quel giorno, ricambiando le castagne che da lui aveva ricevuto per la festa di Santa Lucia (13 dicembre). Beninteso, i due non potevano assistere assieme alla messa di Natale, come del resto a quelle di Pasqua e dell’Ascensione.

Il pane di Natale romagnolo, con miele, frutta secca mista e a piacere noci, mandorle, nocciole, fichi, prugne, albicocche, eccetera

Non erano comunque numerose le pratiche ancestrali da rinnovare per Natale. La principale era quella del zoch ad Nadél. Wikipedia: “Quella del ceppo di Natale o ceppo natalizio o ciocco natalizio è considerata una delle più antiche tradizioni natalizie: si tratta di un’usanza risalente almeno al XII secolo e che fino al XIX secolo-inizio XX secolo  era molto diffusa in vari Paesi europei, dalla Scandinavia e la Gran Bretagna fino alle Alpi e le penisole balcanica e iberica”; ma è molto più plausibile che il rituale da celebrarsi nel sacro focolare domestico – in Romagna e non solo, l’aròla, il piccolo altare – risalisse a tempi infinitamente più remoti che quelli medievali.

Cartolina di Natale inglese di epoca vittoriana

Per quel che riguarda noi, spiega Gianni Quondamatteo (in “Tremila modi di dire dialettali in Romagna”): «Il ciocco, o ceppo, da ardere, tratto dal tronco in prossimità delle radici: è cul d’arvora, il culo di quercia del poeta Villa (Giustiniano Villa, nato San Clemente 21 Settembre 1842, morto a Rimini il 23 Aprile 1919). Vi si dava fuoco la sera di Natale, dopo aver recitato un paternostro. Doveva ardere tutta la notte, il giorno seguente e fino all’Epifania, simboleggiando di riscaldare il neonato bambin Gesù. Attorno al fuoco, la famiglia raccolta attendeva i rintocchi della mezzanotte. Era uso conservare qualche avanzo del zocco, che si esponeva sotto la grondaia della casa, durante i temporali, ritenendo in tal guisa di allontanare i pericoli». E gli stessi avanzi andavano a far parte del munitissimo arsenale che veniva posto a difesa della culla del neonato (insieme a pagnotte esposte alla “guazza” nella notte di San Giovanni, nastri e fili rossi, ferri di cavallo e trecce d’aglio, ulivo benedetto e santini, e un’infinità di altre doverose precauzioni) contro malocchio e sempre incombenti insidie di streghe.

La funzione magica del ciocco per più giorni in fiamme – quelle quiete eppure caldissime della sacra quercia, apparentemente inestinguibili – è palese: prima del travestimento cristiano, andava a dare forza al sole appena “rinato” dopo la morte invernale.

Il forlivese Michele Placucci (24 agosto 1782 – 2 aprile 1840) nel 1818 scrisse “Usi e pregiudizi dei contadini della Romagna”, oggi preziosissima miniera di informazioni intorno a un mondo scomparso solo pochi decenni fa. Illustrata in primis la funzione del zoc, dice riguardo al Natale: «In tale giornata, e nelle successive li contadini si dedicano agli esercizj di religione con grande ritiratezza. Costumano pure di custodire con maggior premure li bovini animali in rispetto al santo Presepio».

Se dopo il pranzo di Natale restava del vino, «lo gettano vicino a una vite; e dicono, che le viti fanno una gran quantità di uva». Se restava. Una filastrocca riportata da Quondamatteo avverte che non era proprio una giornata di sobrietà: «E’ sarmon ad Nadél/l’aqua la fa mel/è vein è fa bon/viva viva Pio Non»; siamo evidentemente a metà Ottocento.

Ma ecco un’usanza raccolta da Placucci e in qualche modo sopravvissuta: «Nella sera del Natale mangiano un poco di uva fresca colla persuasiva, che influisca ad avere danaro in tutto l’anno».

Infine, «Indossano per uso indispensabile una camicia nuova, figurandosi scioccamente con ciò di risparmiarsi una malattia entro l’anno corrente».  

Chi nasceva quella notte non poteva essere uno qualsiasi. In  “Il Villano smascherato, operetta ridicolosa di Girolamo Cirelli”, opera datata 1694 (ma probabilmente scritta dall’abate riminese Antonio Battarra nella seconda metà del ‘700), si trova scritto che «quando un uomo e donna nascono la notte di Natale di N.S. dopo la morte i loro corpi restano incorrotti per sempre». «Ma molto più diffusa era – aggiunge Eraldo Baldini (“I riti del nascere in Romagna“) – in gran parte d’Italia e d’Europa, la convinzione che i nati quella notte divenissero licantropi, vampiri o streghe».

“E vidi uscire dalla bocca del dragone, da quella della bestia e da quella del falso profeta tre spiriti immondi, simili a rane. Essi sono spiriti di demòni capaci di compiere dei miracoli. Essi vanno dai re di tutta la terra per radunarli per la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente” (Apocalisse 16, 13-14)

Soprattutto, chi veniva al mondo allo scoccare della mezzanotte di Natale possedeva la vertù, ovvero il potere di guarire; come pure i nati del 29 febbraio, il settimo maschio (in alcuni luoghi la settima femmina) e i nati con la camicia (la camisa dla Madona o anche medra): il sacco amiotico, a sua volta potentissimo talismano. Tale potere si doveva però acquisire. E in alcuni luoghi non valeva per ogni occasione. Secondo il Placucci a Forlì era la levatrice (cumédra) che chiedeva al padre di scegliere la patologia che il figlio avrebbe potuto “segnare”, cioè riconoscere e curare. Il babbo doveva pronunciare il nome della malattia a voce alta e badando di scandire bene la formula.

Ma non bastava. Era sempre durante la notte di Natale, e solo in quella, che chi possedeva la vertù poteva trasmetterla. Siamo già nel 1924, ma Luciano De Nardis può ancora scrivere (“Romagna popolare”): «Al privilegiato, quando sia in età di capire, si confida la formula da pronunciare all’atto che si segna; e chi la confida è un altro virtuoso: e così via l’uno dall’alltro, dall’eternità. (…) La confidenza si fa solo nella notte di Natale. Nessuno deve udirla, che non sia l’iniziato. Nessuno può tradire il silenzio. Chi la tradisce, perde la virtù di fare guarire».  

Occorreva poi un ulteriore rituale, preciso quanto complicato e riportato da più autori. Nel 1987 Vittorio Tonelli (“Medicina popolare romagnola”) così lo ha raccolto nella Valle del Savio: al candidato guaritore «si mettevano addosso dei fiori, del filo nero e dei chicchi d’orzo, affinchè – con le formulette segrete, svelate al tempo della fanciullezza nella notte di Natale – potesse, un giorno, segnare rispettivamente gli occhi, le storte, gli orzaioli e i porri. Erbe, “santini”, forchette a tre punte e aktri oggetti potevano, segretamente, essere messi fra i vestitini dall’anziano, che intendeva trasettere i suoi poteri proprio cn gli strumenti liturgici di questa o quella malattia».  

Quasi due secoli prima anche Placucci aveva elencato tali oggetti, ma riportando il rituale al momento della nascita. Al neonato si davano: «1. Un fiore, onde reso adulto guarisca a suoi simili quelle macchie negli occhi, che chiamasi fioretti, 2. Un baco da seta, perchè segni il male della bagaratta. 3. Un tralcio di vite acceso, onde guarisca gli offesi dal fuoco. 4. Un anello di genna, o perla, affinché guarisca li mali di perla, od altri, che vengono negli occhi. 5. Il giogo delle bestie, cioé glielo fanno toccare per guarire il male, da cui talvolta sono afflitte le bestie nel collo». Infine, «date al neonato le suddescritte cose, pigliano il bambino maschio, e lo portano nudo nel brillatojo (ordigno, ove si riduce il miglio a uso di minestra) e con ciò opinano, che guarisca le rosipole».   

Fra i pronostici meteorologici che invece chiunque poteva trarre, si credeva che «l’atmosfera nuvolosa accompagnata dal garbino nella notte di Natale per molti contadini è presagio di carestia, mortalità, e tremuoti». 

Sono diversi i modi di dire sul Natale trascritti da Quondamatteo. A iniziare dai diffusissimi “E’ dura da Nadél a sen Fafèin” (di breve durata, da Natale a Santo Stefano) e “Dop Nadél tòtt i dè l’é carnevel”, dopo Natale ogni giorno è carnevale.

E poi: “Da Nadél il là, frèdd e fema in quantità”: «Avviandosi, infatti, nel cuore dell’inverno, spesso mancava il lavoro».

“Nadél se sol, Pasqua se tézz”: «Se il tempo è buono a Natale, la tradizione vuole che sia cattivo a Pasqua; di qui la variante: “Nadél se sol, Pasqua a e’ fug”».

“Nadél e’ sol, Pasqua i tézz, chi nas quajoun mai us guaréss! (o “sent ste neş s’l’è dur o mezz!): «Natale con il sole, Pasqua col tizzone, chi nasce coglione mai guarirà!, o “senti questo naso se è duro o mizzo!”, dove naso sta per ben altra cosa».

“Nadél senza fil, Pasqua senza tela”: «Significa lavorare al tempo opportuno. Una variante genericamente romagnola dice: “chi d’Nadél un fila, ad carnevel suspira”».

“Da Nadél a la Pasquela, un pas d’videla”: «Da Natale all’Epifania, un passo di vitella. Il giorno si allunga, sì, ma in modo impercettibile».

“Nadél sa poca louna, tre (zent) pigri l’in fa ouna”: «Natale con poca luna, tre (cento) pecore non fanno per una. Il contadino crede che sarà magra la figliatura degli ovini. Altri parlano di cento pecore, e sostengono che il Natale con la luna scema preannunci per tutto l’anno una grande mortalità fra le pecore».

E Buon Natale dalla redazione di Chiamamicitta.it!

Stefano Cicchetti

 

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