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21 gennaio 1376 – Arriva a Rimini Giovanni Acuto, il più grande capitano di ventura

Come annota l’“Anonimo Cronista malatestiano”, il 21 gennaio 1376 giunge a Rimini da Perugia una grande compagnia di ventura il cui “caporale” era «uno todesco, che se chiamava Mis. Giovanne Aguto». Il Riminesi lo conoscono bene, ancorchè non fosse precisamente “todesco”, bensì l’inglese John Hawkwood: una decina di anni prima ha devastato i territori dei Malatesta ed era il più temuto (e pagato) comandante di mercenari a quel tempo in Italia.

Lo stemma della compagnia di Giovanni Acuto

Questa volta, però, l’Acuto è al soldo della Chiesa, quindi dalla stessa parte dei Malatesta. E anche se i mercenari spadroneggiano, «non fenno novetade (in questo caso, “danni”) a persona nissuna». Il condottiero consegna invece a Galeotto Malatesta un ostaggio da custodire: l’abate di Montmajeur; dovrà restare a Rimini fino al momento in cui papa Gregorio XI si deciderà ad inviare da Avignone l’ordine di pagamento per gli arretrati che spettano alla compagnia: la bellezza di 130 mila ducati.

Così è la guerra delle compagnie di ventura: metà contro il nemico indicato dal contratto (la condotta), metà perché quel contratto sia rispettato e le favolose somme sottoscritte arrivino davvero.  Come costante, l’estorsione.

Il mercenario non distingue amici da nemici, ma solo fra chi paga e chi no. E non c’è altra forza armata che possa contrastarlo, se non quella di altri mercenari. La guerra diventa allora un groviglio inestricabile di violenze selvagge e felpate trattative, compra-vendite di capitani e dispute di notai, furia cieca e genio militare. Un gioco pericoloso, perché alla fine a decidere è sempre la politica. Pochi condottieri sono anche bravi politici; ma se gli Italiani hanno tradotto Hawkwood in Acuto, significa che qualcuno lo è.

Il malcapitato abate, che per le sue peripezie si guadagnerà di lì a poco il cappello da cardinale, resta a Rimini come prigioniero di lusso fino al giugno successivo, trascorrendo il tempo per lo più in quel luogo che il cronista chiama «l’Orto de’ Signuri»; Luigi Tonini crede di poterlo identificare con «l’Orto dei Cervi», cioè la parte non edificata del Borgo San Giuliano, che sarà poi inclusa dentro nelle mura di Carlo Malatesta nel secolo successivo: terreni lasciati appositamente incolti per tenervi le battute di caccia dei signori, i soli a cui i cervi erano riservati.

L’Italia settentrionale e centrale verso la metà del XIV secolo

Il 22 gennaio dopo la compagnia, circa 3 mila uomini fra i quali molti mercenari bretoni, si colloca tra Cesena e Bertinoro e i Riminesi tirano un sospiro di sollievo. Ne hanno ben donde, perché di lì a poco proprio Cesena e Faenza dovranno conoscere ciò di cui è capace colui che è universalmente ritenuto “il più leale fra i capitani di ventura”. 

Leale sì, perché l’Acuto non cambia bandiera senza rispettare le dovute regole, o almeno così si è costruito la sua fama in Italia. Ma è pur sempre un soldato di ventura. E quando in maggio teme che Faenza si ribelli, vi penetra di notte e la mette a sacco con l’uccisione di 300 persone; i suoi uomini ammazzano tutti coloro che tentano di difendere i loro beni, stuprano donne, violano i luoghi sacri.

Sia per rientrare nei suoi crediti che per comando espresso, fa imprigionare 300 dei principali cittadini e ne espelle a migliaia. Si raccontano storie terribili, come quella dei suoi due connestabili (comandanti di cavalleria) che stanno litigando per la cattura di una giovane monaca:  forse credendosi il biblico Salomone, Giovanni Acuto decreta “metà per uno!” e taglia la donna in due parti. 

L’anno dopo, in febbraio, tocca a Cesena. Stufa come era Faenza di sfamare i Bretoni, si ribella e ne ammazza 300, forse più.

Giovanni Acuto entra allora nella città per la rocca con i suoi Inglesi e i Tedeschi per affiancare i Bretoni inferociti. Alla fine si contano 5 mila morti, uno dei peggiori massacri di civili avvenuti in Italia in tutto il Medio Evo.

Narrano le cronache di una povera madre:  calatasi dalle mura con delle funi, si accinge con un bambino in braccio ad attraversare il fossato già ricolmo di cadaveri galleggianti. Nel superare l’ostacolo il bambino affoga; la donna giunge stremata sulla sponda opposta con il cadaverino in tempo per scorgere il corpo del marito morto. Pazza dal dolore, adagia il figlio su quel cadavere e si getta urlando in mezzo ai Bretoni. Giovanni Acuto permette allora agli abitanti superstiti di abbandonare nottetempo la città per Porta Cervese: mille uomini e donne possono così incamminarsi verso Rimini.

Eppure la fama di Giovanni Acuto non ne soffre. Secondo la leggenda, era il secondogenito di un conciatore di pelli dal villaggio di Sible, presso il castrum di Hedingham nella contea d’Essex. Altre storie fanno di lui un sarto prima di diventare soldato. In ogni caso intraprese la carriera militare e combatté per il suo re Edoardo III d’Inghilterra durante la guerra dei cent’anni. Dopo la pace di Brétigny (che pose fine alla prima fase del conflitto) fondò una banda di mercenari, la Compagnia Bianca del Falco.

La battaglia di Crecy (1346), una delle prime e principali nella Guerra dei Cent’anni

Nel 1362 venne reclutato dal Marchese del Monferrato e scese in Italia; a Lanzo Torinese sorprese Amedeo VI di Savoia, il quale fu costretto a pagare un ricco riscatto per la sua libertà e quella delle località sabaude cadute in mano agli avventurieri. Successivamente si spostò in Toscana dove combatté per la Repubblica di Pisa nella battaglia di Cascina del 1364. In seguito fu al servizio prima di Firenze e poi di Bernabò Visconti, del quale sposò una figlia illegittima nel 1377. Poco dopo sciolse l’alleanza anti-papale, provocando l’ira dei Visconti: dopo un acceso diverbio con il signore, firmò un trattato di amicizia e alleanza con la Repubblica di Firenze.

Combatté quindi per Pisa e per il papa Gregorio XI nella “guerra degli otto santi che contrapponeva lo Stato Pontificio a Firenze, alleata di Milano, Pisa, Lucca, Siena, Arezzo, Bologna, Fermo, Ascoli e mezza Umbria: di questo conflitto fanno parte i massacri di Faenza e di Cesena. Poco prima, nel 1375, come altri capitani aveva ricevuto una lettera di Caterina da Siena, con cui la futura Santa lo esortava a rivolgere le sue armi contro gli infedeli e partire per la Crociata. Secondo gli agiografi di S. Caterina, l’Acuto ne rimase profondamente colpito e giurò di andare in Terrasanta. Fatto sta che invece l’anno dopo era in Romagna, commettendo quel che è stato sopra descritto.

Passò poi dalla parte degli Angioini di Napoli contro quelli di Durazzo e contro Gian Galeazzo Visconti. Ormai favolosamente ricco, nel 1381 il re inglese Riccardo II lo nominò baronetto; sembrò allora che Giovanni Acuto tornasse per sempre nel paese natio.

Riccardo II d’Inghilterra

Invece riapparve in Italia come ambasciatore presso la Santa Sede e ancora contro i Visconti. Di questo periodo, è famosa la battaglia di Castagnaro (1387), considerata una delle più grandi combattute nell’epoca dei capitani di ventura: il forlivese Giovanni Ordelaffi e il ravennate Ostasio II da Polenta,  schierati con Verona, furono sconfitti da Giovanni Acuto e Francesco Novello da Carrara, sotto le bandiere di Padova.

Giovanni Acuto si mise infine al servizio di Firenze, dove morì il 14 marzo 1394. Venne sepolto con grandi onori in Duomo. In seguito, le spoglie furono traslate nella città natale dal figlio, su invocazione di re Riccardo II. In sua memoria la città di Firenze commissionò a Paolo Uccello il celebre ritratto equestre (nell’immagine in apertura), capolavoro eseguito nel 1436 e conservato nel duomo, dov’era tumulato il condottiero, recante l’iscrizione: «Joannes Acutus Eques Britannicus Dux Aetatis Suae Cautissimus Et Rei Militaris Peritissimus Habitus Est».

 

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