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E in via Melozzo da Forlì spunta un mosaico: terme a Rimini nei secoli più bui?

Gli scavi di via Melozzo da Forlì stanno fornendo sorprese inaspettate: fra i reperti ritovati c’è anche un frammento di mosaico. Un indizio apparentemente minuscolo, ma che da solo ribalterebbe non solo tutte le ipotesi fin qui avanzate, ma basterebbe a riscrivere la storia di Rimini in uno dei periodi meno conosciuti.

Secondo le prime datazioni degli archeologi, il mosaico sarebbe infatti stato realizzato nel V o VI secolo dopo Cristo. Dunque un’epoca di gran lunga precedente a quanto si era pensato quando muri antichi erano affiorati duranti i lavori di Hera per una conduttura fognaria PSBO nel Borgo Sant’Andrea. Allora si erano infatti ipotizzate strutture medievali costruite in quel luogo, il futuro foro Boario, ben dopo il Mille. Forse il convento delle Santucce, un ordine monacale femminile fondato a metà del ‘200. Oppure il monastero di S. Maria in Mirasole, anch’esso documentato a metà del XIII secolo in quella zona.

Lo scavo archeologico in via Melozzo da Forlì

Il mosaico farebbe invece compiere un balzo indietro di ben oltre mezzo millennio. E la struttura curva in mattoni e pietra di tipo “absidale”, una canaletta, lacerti murari di vario tipo e consistenza fin qui scavati, potrebbero dunque appartenere a un impianto termale. Sarebbe stato alimentato dai vicini e numerosi corsi d’acqua, come il torrente Ausa – che un tempo scorreva più prossimo alla città – e le fosse Patara (nel medio evo detta Avusa) e del Mavone.

Se non che, un impianto termale nel V o VI secolo sarebbe davvero una sorpresa non piccola. O meglio, potrebbe ancora essere plausibile che una villa suburbana si fosse concessa un tale lusso fino alla prima metà V secolo, quando l’impero romano d’Occidente si stava sì sfaldando, ma Rimini godeva ancora di pace e relativa prosperità, prima che si succedessero le invasioni e le guerre più disastrose.

Ma nel 455 Roma stessa era stata saccheggiata dai Vandali e lo stesso fecero gli Eruli di Odoacre nel 476. Fu lui, com’è noto, a deporre l’ultimo imperatore d’Occidente Romolo Augustolo per proporsi a Costantinopoli come rappresentante dell’impero in Italia. Da allora in poi la pace sarebbe stata merce sempre più rara, con i Goti di Teodorico a scacciare gli Eruli (489-494) e fino ai terribili anni della “guerra gotica” (535-553). Allora l’Italia divenne “cimitero di città”, come scrissero i contemporanei. Nel Piceno sovraffollato di profughi giunti dalle altre regioni devastate si arriva al cannibalismo. E scrive Procopio di Cesarea: «Due donne in una tenuta presso la città di Rimini, rimaste sole nella villa mangiarono diciassette uomini, uccidendoli di notte mano mano che capitavano in casa; le quali furono poi ammazzate dal decimo ottavo».

Fu durante il tentativo di Giustiniano di riportare l’occidente sotto lo scettro di Costantinopoli. Tentativo riuscito, ma a prezzo di immani distruzioni, stragi e carestie. Solo restando a Rimini comportarono la distruzione di una campata del Ponte di Tiberio e il saccheggio degli ornamenti dell’Arco d’Augusto, consistenti con ogni probabilità in un maestoso gruppo scultoreo in bronzo che qualcuno identifica con i meravigliosi reperti ritrovati a Cartoceto, lungo la via Flaminia a monte di Fano. Nel 568 sarebbero poi arrivati i Longobardi, che riuscirono sì a prendere anche Rimini solo nella fase conclusiva della loro parabola, ormai in pieno VIII secolo, ma dopo un periodo ininterrotto di guerre e guerriglie che coinvolsero sempre anche queste terre. Che erano quelle della Pentapoli “bizantina” facente parte dell’Esarcato di Ravenna, ultimo nucleo del vero e unico impero romano: la “Romània”.

Ecco perchè costituirebbe una grande sorpresa venire a sapere che a Rimini in quelle epoche si continuava tranquillamente a costruire ville di lusso all’esterno della città, senza la protezione delle mura ed esposti ad ogni rischio. A meno che il quadro che ci siamo finora rappresentati fosse un po’ diverso. Che i “secoli bui” non lo siano stati poi tanto, o sempre. E abbiano lasciato anche squarci di luce tali da permettere sfarzo, comodità e perfino sicurezza. Basterebbe pensare a quello che il “barbaro” Dietrich von Bern, ovvero Teodorico re degli Ostrogoti, lasciò in Ravenna divenuta sua capitale.

C’è anche chi ipotizza invece un edificio sacro finora sconosciuto anche alle fonti, salvo qualche vaghissimo accenno. Ma naturalmente ogni ipotesi è campata per aria, finchè la Soprintendenza non sarà in grado di datare con precisione i reperti. E finchè soprattutto non deciderà di far sapere ufficialmente ai comuni mortali le proprie conclusioni.

Come a Rimini ormai non avviene più: non su quanto riemerso appena iniziati i lavori in piazza Malatesta, non sui ritrovamenti più recenti nella medesima piazza, non sulla tomba pre-romana con carro scavata alla Grotta Rossa un anno fa. Però la cappa di silenzio pare che sarà presto infranta, tramite una serie di conferenze in cui l’archeologa della Soprintendenza ravvenate Annalisa Pozzi illustrerà le più recenti scoperte avvenute a Rimini.

Stefano Cicchetti

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