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Andate a vedere la mostra dedicata ai Preraffaelliti. Finisce a giugno ed è un peccato perderla

Se potete, andate a Furlè a vedere nel Museo Civico di San Domenico, la mostra dedicata ai Preraffaelliti. Finisce a giugno (il 30) ed è un peccato perderla. Sono cresciuto, sindacalmente, come Presidente di Confagricoltura, in Piazza Saffi e San Mercuriale rimane il più bel campanile della Romagna. Quando dicevo, nel secolo scorso, che a Coriano e nelle dolci colline riminesi faceva buon vino, i miei amici del Zitadon, sorridevano con molta sufficienza. E così dopo 40 anni, nell’ottimo ristorante, dopo la visita guidata, ho chiesto un vino riminese, mi hanno guardato come un Ufo. Nella carta dei vini, molto ben curata, c’erano solo bottiglie di Forlì e Faenza. Fare squadra, significa proporre in primis, vini del territorio (anche olio). A Rimini, per non parlare di Riccione, Misano, Cattolica, ci sono ristoratori, o presunti tali, che pur di proporre un vino extramenia, farebbero carte false. Per fortuna, e per merito, l’aria sta cambiando e l’asticella va posta sempre più in alto. L’Estate in Riviera è Rebola riminese. Così è se vi pare. Rurali sempre, Enrico Santini

Ha iniziato il suo percorso la Cantina della Cultura della Tenuta Santini

  Doveva venire un illuminato rurale dell’agro riminese, per mettere attorno a un tavolo che non c’era, nella splendida ed iconica sala del Fulgor, quattro intellettuali del calibro di Alessandro Giovanardi, Davide Pioggia, Giuseppe Chicchi, Piero Meldini e l’istrionico e talentuoso Sandro Santini, per parlare, finalmente, della riminesità. Lo spettacolo ha appassionato e divertito i fortunati e selezionati spettatori, che per due ore hanno riempito il cinema caro a Fellini. Il pretesto era legato alla presentazione di “Ariminum”, il taglio bordolese identitario di un rosso riminese, che sente il respiro del mare e gode della protezione del Titano. E così ha iniziato il suo percorso la Cantina della Cultura della Tenuta Santini pronta ad ospitare e promuovere nuovi eventi, dove i relatori alzeranno il livello della asticella con sommo gaudio di chi verrà partecipare, perché  il corpo e la mente non dovranno patire mai. Rurali sempre, Enrico Santini

Non è cibo borghese, aristocratico e tantomeno dei marinai

I dottori della mente dicono che è necessario programmare la giornata, calandosi in contesti e situazioni diverse, lasciando libero spazio alla fantasia. Insomma tornare bambini e giocare, interpretando personaggi e ruoli che non ci sono abituali, e poi leggere, parlare con amici che da troppo tempo non sentivamo, dilettarsi in cucina confrontandosi con piatti e ricette della nostra tradizione. Ho voglia di Piada, a modo mio, senza orpelli e pregiudizi, voglio mettere le mani in pasta, meglio ancora nell’impasto, e sporcarmi con la farina. Ho sempre sostenuto che la Piada sia nata a Coriano. La forzatura è evidente, ma serve a ricordare che Lei nasce dove la povertà era più forte e sicuramente in ambito rurale. Non è cibo borghese, aristocratico e tantomeno dei marinai. Alimento povero, da morti di fame. Nel rapporto sulla condizione dell’agricoltura dopo l’unità d’Italia (1861), il mandamento del mio paese è uno dei più malandati in assoluto. La mia tesi, sostenuta da dati incontrovertibili, è che la Piada ha nella Valconca e nel Montefeltro, la sua primogenitura. Parlo di Piada, non di piadina. Piadina è un vezzeggiativo, piadina è da fighetti di sinistra. Piadina è da Nutella, da dopoguerra, da giovani pecoroni cresciuti nella bambagia.

Mi è sempre piaciuto fare la spesa

Mi è sempre piaciuto andare al mercato. Mi è sempre piaciuto fare la spesa. Fin dai tempi della Pigalle, la pensione di famiglia. Platone diceva che il politico deve conoscere il prezzo del grano. Oggi deve soprattutto piacere e Silvio lo aveva capito e usato, in tutti i sensi da subito. Lasciamo stare la politica, ma Gianni Indino con Macron è comunque un gran colpo… Finalmente c’è il sole e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Siamo decisamente fortunati, ma torniamo al mercato. Se posso preferisco la bottega al Supermercato. Tra i miei preferiti c’è Amedeo con il suo Parmigiano Reggiano. Già con gli assaggi faccio colazione, e poi c’è il racconto. Devi sapere cosa mangi, devi sapere cosa bevi. Fenerbach diceva: noi siamo quello che mangiamo (mangiare bene, significa star bene, anche spiritualmente). Guardare negli occhi chi ti vende il prodotto è una gran cosa, e seguendo il sillogismo aristotelico Amedeo è il migliore. A Rimini lo trovate solo il mercoledì. Poca spesa, molta resa. Rurali sempre, Enrico Santini

Nel pomeriggio, da Ospedaletto, guidati da Primo Montanari e Luciano Lombardini, arrivavano i bolscevichi da Mulazzano e e Cerasolo dove, diceva mio babbo, anche le galline facevano le uova rosse

L’unico giorno in cui potevi togliere la marmitta al motorino e sgassare per le vie del Paese e né il maresciallo Capogreco, e tantomeno Ciro, l’unica guardia municipale, ti avrebbero multato. Don Michele, l’Arciprete, benediva il culi gialli democristiani, e Armando Foschi, il Senatore “Madon”, arringava dall’alto della mietitrebbia, il popolo del biancofiore. Nel pomeriggio, da Ospedaletto, guidati da Primo Montanari e Luciano Lombardini, arrivavano i bolscevichi da Mulazzano e e Cerasolo dove, diceva mio babbo, anche le galline facevano le uova rosse. Buon Primo Maggio a tutti e rurali sempre. Enrico Santini   In copertina: 1 Maggio 1953. Don Michele Bertozzi  benedice i rurali  di Coriano

Il bianco non esisteva se non ai confini con le Marche; era e “Bianchel”…

L’imperativo era categorico, il nonno “Turèn” della genia dei “Brancon”, non ammetteva replica. Dai da bé era il suo saluto all’ospite, al pellegrino, all’inviato del Signore. Il bé era il bere, il bere era il vino, il vino era rosso, il rosso Sangiovese, Non c’erano timori, non c’erano incertezze, non c’erano discussioni. L’autorità si rifletteva nei gesti quotidiani, nella normalità del tempo, nella penombra della cantina. In Romagna il bere era un rito, il Sangiovese la religione. Il bianco non esisteva se non ai confini con le Marche; era e “Bianchel”, senza forza, senza struttura, senza nerbo, senza colore. Andava bene nella fonda, vicino al rio, e al canneto. Ma Montetauro che dominava la vallata dove lo sguardo si perde da Cervia a Gabicce, avendo alle spalle il Titano e la Carpegna, meritava un vino che sapesse di viola, che rimanesse in gola e si impastasse con il fumo del toscano. Non c’erano nomi, ma solo soprannomi. I cognomi non esistevano. Gli Zangheri i “Brancon”, i Tonelli i Camson”, i Bianchi “Mazaset”, i Matteini i “Biasot”, i Santini “Giron”. Tutti si conoscevano e la conoscevano: la miseria era una grande alleata. Quando pioveva il nonno correva nell’aia per ringraziare il

La tagliatella deve essere lunga, stretta ma non troppo e rugosa

Non è stata una settimana facile. Iniziata con la gloriosa Confraternita della Tagliatella, intervallata da un disastroso Milan, si è conclusa in gloria, grazie ad uno spumeggiante, ironico, dissacratore come Piero Meldini. Partiamo dall’inizio. “Predga curta e taiadela longa”. Verità inconfutabile. La tagliatella deve essere lunga, stretta ma non troppo, rugosa, sorta. La pasta deve assorbire, impregnare, amalgamare il sugo con l’aiuto di un Parmigiano Reggiano non troppo invecchiato. Al termine del primo, che soddisfi appieno la fame atavica del romagnolo rurale, il piatto deve rimanere quasi pulito, con lievi tracce di unto, che non devono sempre fare una improbabile scarpetta. Il tutto accompagnato doverosamente, da un sapido Sangiovese Superiore del contado riminese. Non è ammessa acqua, birra e tantomeno la ruttosa Coca Cola. Parte seconda. Eravamo una trentina, limite massimo, come Confraternita, al Nud e Crud nel Borgo fortunato, guidati dal Teocratico Gran Maestro  Maurizio N.H. della Marchina, e la variante salsiccia e stridoli è stata particolarmente apprezzata. Dulcis in fundo, con Piero Meldini, da Savino, la goletta con l’aglio fresco del talentoso Marco, meritava un doveroso ripasso. Così è stato, e come sempre, Santi e Santini finirono in gloria. Rurali sempre, Enrico Santini

Nasce, forse, nell’Alto Montefeltro, ma è presente anche nella Valtiberina

L’ho scoperta tardi, ma mi sono innamorato subito: la goletta con l’aglio fresco, è veramente una gran libidine. Ho cercato di documentarmi perché qualunque piatto è ricco di cultura e tradizione, che non vanno mai banalizzate. Nasce, forse, nell’Alto Montefeltro, ma è presente anche nella Valtiberina. La sua stagione è legata alla presenza dell’aglio fresco tanto è vero che è conosciuto anche come “Agliata”, così ha sentenziato Riccardo il barbiere, e si sa che i barbieri di una volta, sanno tutto. Ieri sera, in una nota trattoria di campagna di cui non cito il nome ma è dalle parti di Cavallino, la tovaglia e la piada sono ottimi indizi,  Marco, debitamente per tempo telefonato, si è superato nella rivisitazione di un piatto che non troverete negli stellati, riservati ad una esigua minoranza. Ma noi siamo orgogliosamente nazionalpopolari, e allora non poteva mancare il radicchio di primo taglio con la cipollina, e per concludere in gloria, il nuvolone targato Varnelli (il mio amico ascolano Pietroneno avrebbe preferito Meletti). Così è se vi pare, Rurali sempre, Enrico Santini

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