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Si devono accontentare di rimanere “fascisti dentro” ma ogni 2 agosto qualcosa devono pur mistificare

Lì per lì anch'io, credo come tanti, mi sono divertito a confrontare queste due foto che testimoniano di un così diverso quantitativo di truculenta imbecillaggine fascista accorsa a Predappio in momenti diversi, a festeggiare il compleanno del suo truce pelatone: sopra il foltissimo gregge degli anni passati, sotto il disorientato gruppuscolo di sfigati ritrovatisi lo scorso 30 luglio. Ma a ben pensarci c'è poco da essere allegri, perché una così marcata diminuzione di mondezza a Predappio non è frutto dell'insorgenza di imbarazzi e men che meno di ripensamenti. Corrisponde invece al disegno ben preciso di tanti neofascisti che, per non far danno alla Meloni ed ai camerati che sono con lei al governo, hanno capito di doversi accontentare di rimanere “fascisti dentro”, sforzandosi di non darlo più a vedere. Cosicché l'unico saluto romano che si concederanno sarà d'ora in poi quello ai familiari, uscendo di casa al mattino. Tuttavia le cronache evidenziano come non siano pochi coloro che faticano rassegnarsi ad un simile cedimento finto-democratico, da loro considerato una vera e propria diserzione. La ricorrenza della strage fascista del 2 agosto (io, come si dice, “l'ho scampata per miracolo”) ha così fornito a taluni di costoro l'occasione per ostentare la turpitudine di

Mattarella: «Il cambiamento climatico è la sfida chiave del nostro tempo». Ma il leghista: «Basta con i catastrofisti del cambiamento climatico»

«C'è gente che parla per riempire il vuoto della sua intelligenza» (Alda Merini) Come si sa, la Giunta di Renata Tosi è riuscita, un attimo prima di togliesi di mezzo, a consegnare l'ultimo infausto regalo a Riccione, defenestrando dai seggi elettorali del 2022 tanti capaci presidenti e scrutatori di lungo corso, sostituiti da una claque di più fidati pasticcioni, autori di casini risoltisi in un furto alla maggioranza di centrosinistra, uscita vincitrice con un vantaggio di più di duemila voti sulla destra. Anziché vergognarsi per aver contribuito ad arrecare un simile danno alla sua città, la cicisbea Raffaelli se n'è uscita col dire «meglio andare avanti così». Per questa legaiola dall'eloquio raccogliticcio è dunque preferibile che a dirigere il Comune sia una presenza che, pur con il dovuto rispetto istituzionale, può ben dirsi estranea alla città e catapultata da chissà dove, piuttosto che una Sindaca eletta democraticamente. Ma forse non è Elena Raffaelli la più assatanata nemica del democratico responso elettorale dello scorso anno, perché fra i salviniani e i meloniani della Perla Verde c'è sicuramente chi avrebbe preferito addirittura il Podestà e ora fa fatica ad accontentarsi del Commissario prefettizio. La strigliata di Morrone a Mattarella Nel corso della recente “Cerimonia della consegna del

Ma questa volta non sentiremo Meloni e Salvini dirsi "disgustati" come per babbo Grillo

Diventa talvolta inevitabile rassegnarsi a subire un'ondata di masochismo, allorché si intenda seguire fino in fondo un evento che suscita un interesse a metà strada fra il disgusto e il godimento. Come mi è successo mercoledì scorso, quando mi sono imposto, costasse quel che costasse, di assistere in diretta televisiva al fastidioso strepitare della Santanché in Senato. Nonostante tentasse in ogni modo di apparire in sintonia con il nomignolo “Pitonessa” di cui va tanto fiera, la flatulenza oratoria pareva invece farla assomigliare ad una “Pescelessa”, per di più terrorizzata dall'eventualità che il finale della vicenda in cui è immersa fino al collo fornisca un buon motivo per farla chiamare ”Bidonessa”. «È in atto una campagna di vero e proprio odio nei miei confronti», è stato il suo urlato lamento. Come se ci fosse davvero qualcuno che, con tutte incombenze imposte dalla vita, trovasse il tempo e la voglia di mettersi a odiare la Santanché e magari, di già che c'è, pure il suo sodale Briatore. Il quale all'indomani di quell'esibizione caciarona in Senato ci ha tenuto a far sapere: «Le avevo pure sconsigliato di riferire in Senato. Non so perché è andata. In un Paese normale le direbbero chapeau, qui si

E la ministra Roccella si scaglia contro i nomi troppo "umani" che diamo a cani e gatti

Settimana politica intensa, quella appena conclusa. A dominare la scena internazionale gli eventi terroristici dilagati in Francia, fatti passare per atti di solidarietà verso gli immigrati, i loro figli oggi Francesi e gli emarginati in generale. Non c'è dunque da stupirsi che Salvini commenti la vicenda esibendosi in una delle sue mistificanti gradassate: «Una spirale di violenza che è il risultato di anni di errori e follie ideologiche in tema di immigrazione, soprattutto islamica», di cui la sinistra è ovviamente responsabile. É vero esattamente il contrario. Si tratta invece di una violenza favorita, e in molti casi diretta, dalla criminalità organizzata e dalle bande fasciste della sua amica Le Pen, supportata pure da quell'osceno pagliaccio di Jean-Luc Mélenchon, non a caso esaltato dalla repellente pseudo-Unità di Sansonetti. Invece a Bruxelles è andato in onda un evento di tutt'altro genere: la riunione del Consiglio dell'Unione Europea, alla ricerca dell'accordo finale sul Patto Ue relativo a Immigrazione e Asilo. Una riunione particolarmente impegnativa e comprensibilmente non priva di tensioni, che grazie alla Meloni ha tuttavia avuto un finale comico. L'ungherese Orban e il polacco Morawiecki, due dei fascistoidi del Gruppo di Visegrad (altrimenti detto Gruppo dei Visdecaz), avevano preannunciato la volontà far mancare, com'è poi avvenuto,

L'ex onorevole leghista condusse una strenua battaglia contro i piloni della struttura che a suo giudizio non stavano in piedi

Lo so, essendomi sempre sentito un garantista dovrei vergognarmene un po', ma non posso farci niente se da giorni mi viene da ridere al pensiero che abbiano “messo al gabbio” il leghista ex onorevole Gianluca Pini, la cui corbelleria politica ha procurato non pochi fastidi a Rimini nella prima parte degli anni duemila, quand'era non “il Segretario e basta”, ma “il Segretario Nazionale” della Lega Romagna. [caption id="attachment_414990" align="aligncenter" width="601"] Pini con Salvini[/caption] Nella testa bacata dei leghisti albergava all'epoca la stronzata della “Padania libera”, la cui indipendenza sarebbe arrivata con la secessione dall'Italia di Roma ladrona. Per questo i suoi caporioni si vantavano di aver sostituito la carta igienica con il tricolore, che in qualche occasione veniva pure bruciato dai più fanatici. Il tutto con la benedizione di Salvini, che in attesa di diventare segretario si dilettava, da direttore di Radio Padania, a condurre la rubrica “Mai dire Italia” e a “gufare” in diretta contro la Nazionale Azzurra in occasione delle partite internazionali. Pini si era dato la missione di sabotare la costruzione della nuovo Palazzo dei Congressi a Rimini, ricorrendo ad ogni espediente: ridicoli esposti alla Procura, comunicati insultanti, lo strombazzare di comizi volanti e perfino la “visita guidata” dello spaesato

«Il Pd rema contro»: parola di Mimma Spinelli, che a suo tempo si dichiarava «più renziana di tanti che dicono di esserlo»

Sebastiano Musumeci detto Nello, uno dei più noti boss della mala-politica siciliana oggi ministro, il 30 maggio si era fatto ridere dietro per un rimprovero a Mattarella, a suo dire reo di non averlo invitato ad accompagnarlo nella visita presidenziale alla Romagna alluvionata: «Peccato che oggi non ci sia nessuno del governo(

Il 13 giugno 1973 quattro ferrovieri persero la vita nello scontro frontale fra due convogli

Il 13 giugno, in occasione del cinquantenario, FILT CGIL e Camera del Lavoro di Rimini hanno ricordato l'immane tragedia con l’installazione di una targa lungo il Binario 1 della Stazione Ferroviaria di Rimini. Avendo io scritto i due articoli pubblicati da “L'Unità” in quelle tristi giornate, sono stato invitato a parlare insieme all'Assessore Juri Magrini, che ha portato l'adesione del Comune di Rimini, e al Segretario Regionale della FILT, Massimo Colognese. Come credo sia successo anche ad altri che l'hanno vissuta, il ricordo angoscioso di quella tragedia mi si è più volte riaffacciato, in occasione delle tante, troppe morti sul lavoro succedutesi negli anni. È mercoledì 13 giugno 1973 e sono già arrivato nell'ufficio in cui, come in ogni altra sede di Federazione del PCI, arriva nel primissimo pomeriggio “la fissa”. In gergo si chiama così la quotidiana telefonata dalla redazione nazionale de “L'Unità”, per ricevere il testo di un eventuale articolo e l'elenco dei film in programma, mediante dettatura vocale, essendo ancora al di là da venire non solo il computer, ma anche il fax. Il corrispondente de L'Unità, Enrico Gnassi, è in quei giorni fuori Rimini ed io lo sostituisco volentieri come ho già fatto altre volte, anche per accrescere così i

Nella caricatura del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e affossato da Matteo Renzi articoli di Giusva Fioravanti e a difesa dei brigatisti rossi

Nella caricatura del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e affossato da Matteo Renzi articoli di Giusva Fioravanti e a difesa dei brigatisti rossi

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