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Molti sarebbero stati gli spunti, raccolti in questi giorni, sui quali incentrare il mio “quasi settimanale” corsivo. A cominciare dalla sadica gioia (non sembri una contraddizione) che mi ha procurato la caterva di insulti e maledicenti auguri ragliati dalla tribù no-vax in risposta all'articolo dello scorso numero. O dal fondato timore che, visto il preludio, a farla da padrona nel preannunciato congresso del PD sia ancora una volta “la sindrome Tafazzi”. Per non parlare della comica sceneggiata in cui si è esibita la minoranza consiliare a Riccione, che forte di un altrettanto comico assist fornitole da un sindacato carabinieri che già sente odor di Meloni, è arrivato a chiedere le dimissioni dell'Assessore Oreste Capocasa, “reo” di non essersi adeguato alla lentezza di certe autorità istituzionali nel mettere mano ad un'attività finalizzata all'ordine pubblico. Cosa, questa, che come riconoscono i Riccionesi seri, ha rivoltato come un calzino la situazione lasciata in eredità dal duo Tosi-Raffaelli. Mi sarebbe pure piaciuto prendermela con l'anticostituzionale “dittatura informatica”, pubblica e privata, che non solo rende cittadini di serie B quanti non sappiano o non vogliano districarsi con disinvoltura fra algoritmi, app, password e spid, ma arriva addirittura alla mostruosità di licenziare via computer un rider che non aveva risposto

È comprensibile che Gloria Lisi stia progressivamente cambiando pelle (e anche un po' l'anima) a forza di autocommiserarsi ricordando la decennale tragedia vissuta da vicesindaca, quand'era martoriata dai soprusi di una sinistra padrona e dalle angherie del PD sopraffattore. Ma che potesse arrivare a inventarsi il ruolo di neo-sponsor dell'imbecillità no-vax, questo francamente se lo aspettavano in pochi. A Rimini siede e si trastulla in Consiglio Comunale lo spassoso zimbello eletto a rappresentare una masnada di buzzurri che preferiscono ricevere il covid, potendolo poi trasmettere agli altri, piuttosto che ricevere il vaccino. All'interno di questo gregge pascola incredibilmente perfino qualche medico, che ha evidentemente scambiato il Giuramento di Ippocrate con il Giuramento da Ipocrita. Nella riunione dei capigruppo, preparatoria della seduta consiliare dedicata alle urgenze che anche nella nostra provincia incombono sulla sanità pubblica, il consigliere negazionista ha avanzato la grottesca pretesa che, insieme all'Assessore Regionale, al Direttore Generale dell'Ausl, al Presidente dell'Ordine dei Medici e ai rappresentanti sindacali, venisse chiamato a parlare pure uno di quei medici no-vax che, non potendo venire cacciati a calcinculo, sono stati solo sospesi dal servizio, a salvaguardia dei cittadini normali e perbene. Che alla cervellotica richiesta di quel consigliere residuale si sia accodata la destra melon-salviniana

Organizzata dal centro antiviolenza “Rompi il silenzio”, s'è tenuta Venerdì pomeriggio a Rimini, negli spazi del Lapidario romano al Museo della città, una conferenza sulla violenza di genere e il femminicidio, dal titolo: “Uomini al centro dell’agire per il cambiamento culturale contro la violenza sulle donne”. Per carità, un'iniziativa importante, contrassegnata da un bel successo che però non ne attenua il grave vizio d'origine. Sì, perché gli organizzatori si sono ben guardati dall'estendere l'invito anche ad uno dei più noti pensatori in materia, che da anni si dedica ad uno studio approfondito delle problematiche di genere: il Consigliere Comunale Fratello d'Italia Rufo Spina. Non avendo mai avuto il piacere di conoscerlo di persona, ma unicamente per le dichiarazioni e le foto sui giornali, non so dire se sia solo apparenza fotografica quella sorta di alone di scorbuticità sul viso, che avrebbe fatto dire a mia nonna: “L'ha una faza grisa che e per cl'apa magnè un limoun”. Sia come sia, nell'occasione Rufo Spina s'è giustamente lamentato dell'affronto, protestando sulla stampa e chiedendo giustizia al Prefetto, che però ha fatto orecchie da mercante. E sì che non aveva preteso chissà cosa, ma semplicemente o di impedire lo svolgimento della conferenza, o di consentirlo a condizione

“Eh, la Peppa!”. Anche se caduta un po' in disuso, era questa fino a ieri soltanto un'esclamazione spontanea per esprimere sorpresa, fastidio o disappunto di fronte a palesi esagerazioni, viste o ascoltate. Ma da qualche giorno è qualcosa di più, poiché “Eh, la Peppa!” è diventato anche un punto qualificante del programma elettorale di Fratelli d'Italia. Tutta colpa di Peppa Pig, il divertente cartone animato che i più piccoli adorano e che noi nonni ci divertiamo a guardare insieme a loro. I cui autori l'hanno davvero fatta grossa, lasciandosi andare alla sfrontatezza di portare in scena Penny Polar Bear, un nuovo amico della simpatica maialina, il quale anziché vergognarsene, ha l'ardire di presentare il suo status anagrafico come se fosse “normale”: «Io vivo con la mia mamma e l'altra mia mamma. Una mamma fa il dottore, l'altra cucina spaghetti. E io adoro gli spaghetti». La Rai, che ha mandato in onda le serie precedenti di Peppa Pig, potrebbe trasmettere questa nuova solo a ottobre, per questioni legate alla tempistica dell'acquisto dei diritti. Ma la fiamma tricolore sta già facendo fuoco con il suo responsabile cultura (non ridete) che si chiama Federico Mollicone (evitare le rime), il quale s'è adontato per la «inaccettabile scelta di

Indovino indovinello: in quale programma elettorale si trovano le testuali chicche sull'immigrazione qui sotto riportate? «L’assenza di controllo dei flussi migratori degli ultimi anni è stata una precisa volontà politica per esercitare pressioni al ribasso sui diritti sociali dei cittadini italiani». «Nel principio di sovranità è implicita la piena libertà dello Stato di stabilire la propria politica nel campo dell’immigrazione. L’Italia può e deve riacquistare il controllo sui flussi migratori, anche attraverso il pattugliamento delle proprie frontiere terrestri e marittime». È comprensibile che la stragrande maggioranza di voi si sia data la risposta ritenuta più ovvia: “Nel programma di Lega o di Fratelli d'Italia”. Si tratta invece di alcuni stralci del documento-base di Riconquistare l’Italia, una setta non priva di presenze neofasciste che ha trovato gentilmente posto fra i fautori di Italia Sovrana e Popolare, il cui demenziale “programma comunista” prevede, fra tante altre corbellerie, anche l'uscita dell'Italia da Unione Europea, Euro e Organizzazione Mondiale della Sanità; la fine delle sanzioni alla Russia, con tanto di scuse a Putin, che va aiutato a distruggere l'Ucraina; nessun obbligo vaccinale e no al green pass. Insieme a Riconquistare l’Italia, convivono nella mini-discarica elettorale di Italia Sovrana e Popolare altre mondezze: Azione Civile del portatore di sfiga Ingroia;

Se un imprevisto non mi avesse impedito di completare l'articolo nei tempi che mi ero inizialmente dato, avrei preso un grosso granchio. Sulla base di quanto letto e sentito, ero infatti già partito con questo ironico commento riferito alla presunta schizofrenia del Meeting appena concluso: «Ma come? Il martedì portate in trionfo la Sora Meloni, nemica giurata di Draghi; osannate Salvini e tramite Tajani date pure una spruzzatina di applausi a Berlusconi, i due che insieme all'imbranato Conte l'hanno mandato a casa; fischiate e rumoreggiate contro Letta, che di Draghi è stato l'alleato più fedele. Poi all'indomani, anziché con un timido applauso di pura cortesia, prima accogliete Draghi facendo la ola, quindi interrompete il suo ispirato intervento con decine di calorosi applausi e alla fine vi stringete a lui in una bella foto di gruppo. Ma ci siete o ci fate?». Nel frattempo un caro amico, molto addentro alle cose di Comunione e Liberazione, mi ha spiegato che invece non era andata come banalizzato da certe cronache superficiali di giornali e TV. Vale a dire che il Meeting aveva manifestato il suo vero “sentire” mercoledì, quando una platea pressoché composta di soli “Ciellini prenotanti” ha accolto trionfalmente Draghi. Mentre invece una larga parte dei

Effettivamente Letta ha sbagliato ad affermare che Giorgia Meloni, con quella finta presa di distanza da una delle fondamenta del suo partito, avesse solo “tentato di incipriarsi”. Certamente Fratelli d'Italia è oggi un assemblaggio di iscritti, militanti ed elettori non tutti di cultura fascista e di provenienza “missina”. Come invece è la sua capa, che aspirando ad andarsi a sedere a Palazzo Chigi ha urgente bisogno di rifarsi una “verginità democratica” (alè, non è che sto diventando misogino pure io?). Lei però la fa troppo facile, poiché se la cava raccontando che «la Destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia»: una frasettina di circostanza che certo non scontenta i “fratelli nostalgici”, visto che di per sé non significa ripudiare l'oggetto consegnato alla storia, né prendervi le distanze. Del resto ci pensa la lingua italiana a sancire come “consegnare alla storia” sia sinonimo di “eternare, eternizzare, glorificare, immortalare" e che “dicesi di evento o persona la cui fama durerà a lungo”. Per essere seria e credibile, la Meloni disponeva di tre “opzioni narrative”. La prima: “Sì, sono partita da neofascista, ma strada facendo ho capito che sbagliavo e così oggi sono antifascista”. La seconda: “Non sono mai stata neofascista, ma se ai miei esordi nel Movimento

Certo che questo nostro Adriatico è stato un bel fetentone a fare martedì quello scherzo, quando ha preso per i fondelli gli “arpisti” che periodicamente vanno a verificare come stia. “Bene, grazie” era stata finora la sua risposta, al punto che non mancava fra di loro chi, andandosene, commentasse scherzoso: “Stessi io come sta lui!” Martedì 26 s'è però divertito a lasciar credere che fosse oramai “più di là che di qua”, ma solo nel tratto di costa compreso fra Bellaria e Cattolica, poiché da Cesenatico verso nord e da Gabicce andando a Sud s'è fatto invece trovare in forma perfetta. A quel punto, più veloce della luce, l'Arpa ha costretto i Sindaci ad affiggere i famigerati cartelli col divieto a fare il bagno. É scontata la domanda che in tanti si pongono: perché mai quella “birichinata marinaresca”? Io non ho una risposta, ma solo un paio di sospetti. Il primo dei quali, come si dice, “vola alto”: vuoi vedere che noi rivieraschi, abituati come siamo a considerarlo soltanto un nostro “garzone turistico-alberghiero”, non ci siamo mai accorti che invece anche il mare ha un'anima? Come avevano ben capito e raccontato due grandi poetesse: Alda Merini in “Mare e Terra” («Mare, che io domino

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